Gavina naviga sul Po

Animale tipico dell’ambiente padano e marino ha testa rotonda e poco snella; l’iride è nera e mobilissima, la struttura del collo è breve. Il procedere è veloce, tipicamente lineare non sfarfallante e manifesta una grande apertura. Curioso delle novità non è attirato come l’allodola da fal­si specchi; sa riconoscere con sicurezza le qualità vere di ogni habitat; si sposta di continuo incessantemente ed è per certo una grandiosa creatura dell’aria dallo spirito viva­cissimo che porta vita dove giunge.
Tutti noi abbiamo bisogno della visione armonica e totale che solo gli uomini della poesia possono donar­ci. Molti di noi disperano ma vi sono anche persone appassionate e testarde come sanno esserlo solo i bambi­ni, che cercano l’artista; quando lo scovano nella sua luce lunare chiedono che egli regali loro una visione di bel­lezza in cui sia possibile immergersi per ricostituire così l’unità perduta.
Questi uomini della vita aiutano con tutti i loro mezzi il poeta a manifestarsi; lo incitano nel suo lavoro, lo rim­proverano aspramente se devia, lo sostengono lungo il cammino dell’espressione con doni e con la loro appas­sionata amicizia.
Questi uomini della vita non saprebbero percorrere da soli il sentiero che conduce alla bellezza, certo non con la stessa intensità dell’artista; ma essi sanno bene che il poeta è una sorta di veggente che guarda molto più lon­tano dei suoi occhi e pertanto il loro compito è quello di rendere agevoli i suoi passi perché il suo cammino di son­nambulo non trovi ostacoli. Essi raccolgono lungo la via i frutti del poeta, li conservano e li distribuiscono a piene mani a tutti, ben consapevoli che il mondo non potrebbe sopravvivere senza queste scheg­ge luminose di bellezza.
La storia è piena di mecenati, di mogli e di compagne di artisti, di amici appassionati, di fratelli di Van Gogh, di instancabili sostenito­ri di quell’uomo fragile ma necessario, il poeta, che,senza il loro aiuto,soccomberebbe nel vortice della banalità quotidiana.
All’inizio degli anni sessanta, Bologna e non Milano fu la culla del design. Milano, che aveva dato i natali a Caccia Dominioni e vedeva operanti Ignazio Gradella ed il for­midabile Pier Giacomo Castiglioni, era troppo impegnata nel boom economico per accorgersi di quegli straordinari architetti che stavano prefigurando una visione tutta ita­liana dell’abitare così feconda da essere amata poi dal mon­do intero.
Ai troppo razionali e poco mediterranei imprenditori meneghini, in quei tempi, la visione della vita delineata dagli architetti della piccola Azucena (la ditta d’élite che editava i mobili di Caccia e Gardella) sembrò troppo sem­plice e gioiosa. Era difficile per il mobiliere dalla Brianza pensare che si potessero fare i soldi, o meglio interessare un vasto pubblico, con arredi che sembravano disegnati dallo sguardo lieto di un bambino sapiente.
Dino Gavina, che certamente non ha mai ucciso il bam­bino aureo che è ancora in lui, si accorse che quello poteva essere un buon ambiente per l’uomo moderno, per chi voleva vivere nella contemporaneità senza rinnegare il bagaglio della gloriosa storia artistica e civile del nostro paese.
La strada indicata da Caccia e da Castiglioni era chiara e sotto gli occhi di tutti: buoni materiali, procedimenti esecutivi industrializzati, funzionalità senza per questo dover rinunciare a una forma molto pregnante tanto che quel­l’arredo, sedia o tavolo, poteva avere un nome proprio, poteva essere una presenza attiva nel panorama domesti­co. La poltrona S. Luca, non mai imitata ed inimitabile è un bell’esempio aristocratico e senza tempo; essa nac­que dall’incontro tra Bologna (S. Luca) e Milano. tra Gavina e Castiglioni; essa ci ricorda del vero barocco lom­bardo mai sepolto, più vicino alla religiosità di Borromini che al piagnisteo della controriforma, Da molti anni anche all’estero si erano visti dei nuovi segnali che nessuno aveva ancora saputo cogliere: Marcel Breuer era emigrato negli Stati Uniti fuggendo dal Bauhaus, caduto nelle mani dei nazisti e nel quale aveva disegnato alcuni dei suoi pezzi migliori: la sedia Cesca e la poltrona Wassily.
La visione del nuovo mondo aveva umanizzato in Breuer la sua visione dell’architettura ed i suoi edifici del dopo­guerra mostrano spazi fluidi e organici con un inedi­to uso di materiali naturali: legno, stuoie, pareti in mat­toni faccia a vista dipinti di bianco, muri in pietra natu­rale. Il Breuer americano era riuscito a togliere asprezza al razionalismo Bauhaus: il suo incontro con la libertà degli spazi del nuovo mondo aveva fatto sorgere in lui la visione di uno spazio domestico che non era più un rigi­do teorema da abitare, ma un confortevole ed arioso ambiente aperto sulla natura. Gavina volle incontrare Breuer e gli chiese di poter produrre la sedia Cesca, la poltrona Wassily, una scrivania in legno e una bellissi­ma longue chaise (Reclining) in legno lamellare. Un archi­tetto giapponese venuto in Italia per allestite lo stand nip­ponico alla XI triennale di Milano incontrò Gavina, si intesero immediatamente ed egli decise di restare a lavorare in Italia. Kazuhide Takahama è ora più bolognese di un petroniano doc e la collezione Gavina-Simon ha così gua­dagnato il profondo senso del Wabi (vuoto sacrale ed estetico ottenuto con mezzi semplici e molto raffinati nella cerimonia del té).
Restano memorabili gli show room di S. Lazzaro a Bologna, di via Durini a Milano e di piazza di Spagna a Roma; essi avrebbero ben meritato di essere conservati tutti; in quei luoghi si percepiva un’aura particolare che non è dato cogliere nei normali negozi di arredamento. Mobili, lampade, quadri e sculture erano collocate all’in­terno di spazi molto semplici, forse austeri ma non cer­tamente poveri, percorsi da un’eleganza e da una fre­schezza che era impossibile ritrovare all’interno delle nostre città.
Tutti i negozi di Gavina furono allestiti all’interno di edi­fici storici senza alcun ammiccamento o compromissio­ne con la grande qualità dell’ambiente urbano o dell’e­dificio che li accoglieva
Questi spazi commerciali testimoniavano delle probabi­lità/necessità di dialogare con il passato modernamente e da pari a pari. Le qualità formali di entrambe le epo­che uscivano esaltate e non immiserite dal confronto.
Parafrasando Erasmo da Rotterdam si può dire che Gavina “ha promosso il moderno e non ha tradito l’an­tico”
Questo senso profondo di una continuità possibile ma ancor più necessaria tra passato glorioso e presente quo­tidiano, tra storia e contemporaneità, tra tradizione e vita reale è una conoscenza profonda che l’opera, la collezio­ne Gavina, ci trasmette affìnché sia possibile a noi rag­giungere un’armonia dello spirito e del corpo.
Egli prova su se stesso l’effetto di ciò che lo ha affascina­to e corroborato; poi, dopo un lungo periodo di decan­tazione, decide di metterlo a disposizione di tutti affinché si rinnovi anche in noi quella reazione poetica, quel vitale guadagno di nuovi valori estetici.
Come tutti i luoghi abitati dagli innamorati della bellez­za, i negozi di Gavina, i suoi libri e i suoi cataloghi sono sempre glossati da aforismi o dai brani di artisti e pensa­tori da lui amati J. Ruskin, L. Khan, Walter Gropius, Marcel Duchamp. Quanto più il mondo della produzione divenne affollato e i nuovi educatori a tariffa percentuale iniziarono ad imbonire il pubblico con le sue stesse frasi, tanto più Gavina spiazzò i parvenu con nuove iniziative che lo hanno portato a percorrere tutti i versanti della ricerca nelle arti visive.
Basta fare scorrere tra pollice e indice il piccolo catalogo che gli dedicò anni addietro la Fondazione Querini Stampalia di Venezia per ottenere una sequenza all’acceleratore degli avvenimenti artistici e della produzione di design degli ultimi dieci lustri del secolo passato:
Gavina S.p.A., Metamobile, Flos, Gemini, Simon International, Centro Duchamp, Ultramobile, Novalis, Paradiso Terrestre, ecc.
Gavina ha continuamente ed instancabilmente avviato, realizzato, consolidato e poi sottoposto a profonda critica ogni fase del design italiano per poi ripartire da zero in una nuova direzione.
Gavina tiene strettissimi rapporti con i grandi architetti ancora viventi, Caccia Dominioni ed Alan Irvine; essi hanno ancora freschezza giovanile e senso del gioco, sen­so del gettare, del progettare la propria vita. Con Caccia egli ha realizzato un mobile che potrebbe contenere l’ar­genteria di un palazzo o i calici di una cattedrale: il “Gonzaga’ si apre come un grande tabernacolo laico per mostrare il rosso lacca del suo interno prezioso.
Carlo Scarpa disegnò per lui lo straordinario ambiente di via Altabella a Bologna: una grande piastra di calcestruzzo lavorato alla martellina come un muro di macigni e due grandi vetrine a doppio centro con i vetri trattenuti da graffe in muntz metal.
Scarpa fu un uomo raro: architetto noto in tutto il mon­do senza essere mai laureato, rettore dell’Università di Architettura di Venezia e straordinario didatta, egli fu pro­feta non amato dalla città lagunare. Le sue architetture per confronto svelavano i piccoli pasticci disneyani invi­sibili ai critici mondani e che sono stati messi in essere da una comunità ora irrimediabilmente nelle mani di com­mercianti. Scarpa aggiunse alla collezione Gavina nuove visioni fortemente radicate nella cultura artistica dell’Italia; dalla sua matita uscirono pezzi non immagi­nabili da un comune architetto con segretaria, fax, archi­vio e stuolo di disegnatori.
Entrò così in produzione un tavolo di dimensioni così straordinarie da meritare il nome di Doge (3 metri di lun­ghezza di un’unica lastra in cristallo di grosso spessore sostenuta da un cavalletto in acciaio eseguito con le tec­niche di un pezzo di meccanico di precisione), una scri­vania in lacca nera lucida, un lungo divano con cuscini trattenuti all’interno da una struttura formata da rulli in legno di grosso spessore.
Già con Tobia, figlio di Carlo, Gavina aveva realizzato il famoso divano Bastiano, il tavolo Nibai, la sedia Pigreco, il letto Vanessa. Collezione non catalogo, oggetti amati e riconosciuti innanzitutto come cose buone in sé; costan­ti della vita di ogni giorno e compagni dell’esistenza. Una spazialità tersa e diradata, volumi semplici, materiali qua­si levigati dall’uso, connessioni precise e senza enfasi, proporzioni giuste quanto l’impugnatura di un utensile che ci accompagna per tutta la nostra vita. Gli oggetti scelti e realizzati da Dino Gavina ci regalano l’immagine di un mondo chiaro e gioioso e ci fanno sperare che sia ancora possibile ricomporre un’immagine di bellezza nella nostra vita individuale così come fa l’aria che muove debolmente i fiori recisi nella cio­tola d’ac­qua.

Presentazione della mostra “Gavina naviga sul Po”, Ca’ Cornera (Porto Viro), marzo-aprile 2004