Da un’edizione introvabile del Milione di Marco Polo

Marco Polo viaggiò dunque fino al paese di A-solo per incontrare la principessa Ni-Ni.
La fama di questa donna aveva attraversato i mari perché, si diceva, ella era stata sposa del Maestro Vasaio, ne conservava le coppe più preziose, conosceva il segreto della loro fattura e tutta la vita del leggendario artista.
La principessa era una donna ormai anziana, tutta bianca ed argento; il suo strano nome era un ricordo di quand’era bambina: il Re suo padre le chiedeva : “Luce dei miei occhi, è vero che mi vuoi bene?” e lei rispondeva ridendo: “Ni … ni” che, come nella nostra lingua, vuol dire no e si insieme. Poi, si faceva seria e correva via gridando allegra “La verità è nel lago del tuo cuore!”.

Non era difficile incontrare la Principessa, ma era difficile sopportarne lo sguardo. Improvvisamente infatti, mentre si parlava con lei, il suo volto diveniva argento e, come la luna al primo quarto, sembrava uno specchio concavo nel quale ciascuno si vedeva riflesso: chi era buono vedeva più bella la sua immagine, chi era cattivo aveva un tale orrore di sè che si alzava di scatto e fuggiva per non ritornare mai più.
Marco Polo era consapevole di ciò ma il desiderio di conoscere la vita del Maestro Vasaio era così intenso che non aveva alcun timore di affrontarla.
Si recò allora un giorno nella piccola casa dove la principessa Ni-Ni conservava i vasi bordati d’oro il cui fondo scuro brillava di stelle splendenti come le notti di marzo.
Poco dopo ella entrò, versò due tazze di tè, ne porse una al viaggiatore e, senza che le venisse rivolta alcuna domanda, iniziò il suo racconto:
“Ti racconterò la storia della città di Languezia, nel paese di Vicino-Vicino – annunciò, mentre iniziava a tessere una lunga striscia multicolore - Questa città famosa, di cui parlano tutti i libri antichi e le favole dei nostri vecchi, non ha sempre avuto un nome così triste. Essa era bellissima, sorgeva sull’acqua come un fiore di loto, ma come il fiore di loto non dava alimento ai suoi abitanti. Essi furono costretti allora a solcare i mari e a vivere del frutto dei loro commerci; costruirono navi veloci e leggere e con esse raggiunsero le isole e le coste più remote ma la nostalgia era così forte e il loro amore per la patria lontana così commovente che quando tornavano da un lungo viaggio non dimenticavano mai di recare un dono: statue, marmi preziosi, sete e gioielli. La città era per loro come una madre, una sorella o, forse, come una donna amata ardentemente verso la quale ciascuno faceva a gara per superare l’altro in generosità. Questa passione li aveva talmente presi che spesso si dimenticavano di tutto, digiunavano e lesinavano il necessario alla famiglia.

Decisero così di costruire delle grandi e bellissime sale nelle quali riunirsi per parlare di ciò che era bello e buono.
Queste discussioni sortirono benefici effetti perché, legati assieme dall’amore per “Serena”, questo era il nome antico, gli uomini si incontravano: vedendo i buoni, volevano imitarli, vedendo gli irosi o i passionali, ne prendevano le distanze e diventavano più temperanti. I viaggi cui tutti erano costretti, i pericoli del mare, la necessità di adattarsi alle abitudini delle diverse genti e il bisogno di avere molti amici che li proteggessero nei loro commerci li avevano resi molto fiduciosi in se stessi perché il corpo e lo spirito si rafforzano quando hanno superato grandi difficoltà.
Non ti racconterò – aggiunse Ni-Ni con un velo di malinconia - come questa città decadde quando i commerci per mare non consentirono più di mantenere una flotta tra le più grandi del mondo e come tutto il suo splendore andò lentamente offuscandosi, ma sappi che da quei giorni anche il sole si oscurò e la storia di Serena, ormai diventata Languezia, è la storia di una città che vive perennemente nella notte. Tutti dicono che è piena di tesori, ma l’oscurità è profonda e pochi ricordano chi fu a scolpire quella statua, per quale motivo in quel paese si adorava quella divinità o perché furono trasportati sulla terrazza del Leone i preziosi cavalli d’oro.
La sua fama però è ancora talmente viva che molti viaggiatori vengono a visitarla. Poche sono le guide che sanno accompagnarli nella notte e pochi coloro che, con la luce del loro sguardo innamorato, riescono a penetrare l’oscurità più profonda, facendo rivivere gli antichi splendori; i più, per denaro, denudano questo bel corpo ammaliatore, inventano storie mai esistite, vendono i tesori accumulati dai loro avi, ripetono pappagallescamente che è bello ciò che mille anni di storia hanno magnificato ma, t’assicuro, essi non saprebbero riconoscere da soli la severa bellezza di un’opera nuova, né proteggono gli artisti autentici perché temono chi è in grado di riaprire loro gli occhi. D’altronde, anche i molti viaggiatori che vengono da paesi lontani camminano come sonnambuli in questa sacra notte di Languezia, perché non sono venuti fin qui per vegliare.
Come spiegare tutto questo? Il padre ha fatto innalzare muri diritti, costruire belle e ampie stanze, ha riempito i forzieri e il figlio, che non ha meriti ma solo la fortuna di essere nato sotto quel tetto, crede di esserne lui l’artefice. Egli non conosce l’amorevole sguardo d’intesa che accomuna due uomini in una decisione sul fare, non sa che ogni giorno bisogna dare vita alla macchina dell’uomo, richiamare all’ordine tutti i muscoli, gli organi, i sentimenti e, sotto la spinta dell’amore per l’azione, mettere una pietra sopra l’altra, un pensiero vicino all’altro, pazientemente…
Ma ora sono stanca … ritorna domani … il pensiero e la vista di questi vasi mi commuove perché penso al mio sposo morto che dovette vendere tutto per comperare argilla e colori; egli andava dai suoi discepoli di notte a cucinare questi oggetti meravigliosi perché le guardie avevano distrutto il forno e il tornio era stato portato via.”
Marco Polo pensò tutta la notte alla storia di NI-NI. Il giorno seguente bussò di nuovo alla porta della principessa, entrò nella stanza da tè e vide il braciere con l’acqua che cominciava a bollire.
Ni-Ni aveva un’espressione serena e splendente; portava nella mano sinistra un grande anello d’argento e turchesi e nella destra uno di lucida e misteriosa ossidiana. Versò il tè in una tazza bruno scuro e riprese il suo racconto:
“Un vecchio saggio mi disse che sarei vissuta in una città che mi sarebbe stata madre e nemica. Trascorsi anni molto felici a Serena: avevo padre e madre amorosi, due sorelle, una grande casa e un giardino con un grande tiglio profumato.
Conobbi il Maestro che era ancora ragazzo; non era bello ma fui colpita dall’espressione allegra e mutevole del suo viso affilato.
Compresi più tardi la ragione della sorpresa che questo volto aveva provocato in me: le persone che conoscevo e vedevo nella città mi sembravano già complete; osservavo il bambino, l’uomo, il vecchio, la madre e mi sembrava che tutti avessero già vissuto un’altra vita e conoscessero alla perfezione il loro ruolo. Spesso, per questo motivo, mi facevano paura perché apparivano sicuri di sè eppure anche loro sbagliavano; per me invece tutto era nuovo e di ogni cosa volevo conoscere il perché. Amai il Maestro perché come me viveva per la prima volta …. o per l’ultima. Tutto suscitava in lui meraviglia, non aveva difese contro i suoi simili… Solo quando alcuni uomini gli dimostrarono che sapevano essere molto cattivi, si rinchiuse in sè e preferì stare con i giovani e con i piccoli animali della nostra casa.
Il suo nome era Shino Take come quello del bambù con il quale si fanno i grandi archi zen e le frecce veloci.
Quando era ancora giovanissimo il suo maestro lo volle con sè perché insegnasse ai ragazzi. Era allegro e buono con tutti : ” Se io lavoro senza divertirmi - diceva - l’argilla, il fuoco ed i colori non giocano fra loro; la tazza diviene porosa, gli smalti sono opachi e la materia, indebolita da invisibili fessure, non ha forza né durata”.
Così sono tutti i vasi di chi lavora solo per denaro; egli non modellò mai una coppa, un grande cratere panciuto o un’urna se non sapeva a chi era destinata perché diceva: “I miei sogni diventano veri solo quando un altro uomo li ha desiderati.”
Molti giovani venivano a trovarci nella nostra casa a conversare con lui sotto il grande tiglio; anche se non eravamo ricchi, non mancò mai sulla nostra tavola un piatto saporoso per l’ospite, a qualsiasi ora egli giungesse.
Molti venivano per conoscere i segreti di tanta perfezione; si sedevano per tutta la giornata vicino a Shino Take, lo guardavano lavorare, lo seguivano quando, durante la notte, metteva gli oggetti nel forno, accendeva il fuoco e restava a vegliare guardando le stelle. Essi si meravigliavano che con mezzi così semplici si potesse ottenere tanta bellezza e, affascinati dalla sua abilità, chiedevano di poter restare; alcuni vedendo che non c’erano segreti, che i colori e la terra erano gli stessi che anch’essi adoperavano, dicevano: “Costui si prende gioco di noi perché noi conosciamo il lavoro e sappiamo che questi materiali danno tazze porose e smalti opachi; certamente egli nasconde un segreto ma non vuole rivelarcelo.” Perciò non tornavano più ed andavano per la città dicendo che Shino Take era un cattivo maestro perché tratteneva in sè il segreto della sua arte.
Fu così che Grande Muffola lo trascinò in tribunale, ottenne che gli distruggessero il forno e che gli portassero via le argille e i colori. “Io sono stato molti giorni assieme a quest’uomo che tutti dicono essere un grande maestro – sostenne con protervia davanti ai giudici - ho visto quando egli sceglie le argille, quando con un colpo veloce del piede fa girare il tornio e modella il vaso; l’ho seguito di notte quando cuoce nel forno i vasi; ho atteso dormendo la mattina ed egli, approfittando del mio sonno, li ha sostituiti con questi bellissimi, imbrogliandomi. Costui è un falso maestro !”
L’accusa era grave e, se provata, la pena sarebbe stata severissima perché a Serena l’arte era alimento di tutti e ogni maestro doveva insegnarla a chiunque desiderasse conoscerla.
Se avessero condannato Shino Take, egli non avrebbe potuto lasciarci le sue opere più belle: quelle che fece per ordine del Grande Cane e il canopo cinerario che si conserva vicino ad A-solo.
Per il male che ci ha fatto io spero che il nome di Grande Muffola e dei suoi compagni invidiosi non compaia più nelle storie a fianco di quello del mio amatissimo sposo!
Il Giudice era un uomo saggio: chiamò altri maestri dai paesi vicini e chiese loro di assistere senza addormentarsi al lavoro di Shino Take; essi dovevano poi ritornare a riferire tutto ciò che avevano visto.
Fu così che essi vennero nella nostra casa, videro il Maestro lavorare e al loro ritorno il più anziano disse: “Giudice di questa Prefettura di Serena, noi abbiamo visto nascere e realizzarsi per mano del maestro vasaio questa bella coppa che ti portiamo: essa è leggera come il bambù e traslucida come la giada; non ci sono segreti nell’arte di Shino Take ma tutti noi abbiamo la certezza che quell’argilla, quei colori e quel tornio nelle nostre mani esperte non avrebbero prodotto un oggetto così bello!».
Grande Muffola pensò di avere vinto perché il giudice iniziò in questo modo a parlare: ” Voi siete gli uomini più esperti di questa Prefettura, famosa per i suoi vasi; voi asserite che dalle vostre mani non sarebbe uscita una coppa così perfetta; dunque c’è un segreto che non conoscete e che Shino Take non vi ha rivelato!… Io non sono un vasaio, non conosco la vostra arte ma cerco di leggere nel cuore degli uomini… Questo maestro modella se stesso come uno dei suoi vasi e tanto è più vero nella sua vita, tanto più la sua arte rifulge. Egli dunque è un buon maestro perché dove non giunge la parola, insegna con l’azione… Avete qualcosa da dire Shino Take? ”
Il mio sposo rispose allora: ” Io non so parlare , il mio linguaggio è pieno d’immagini più che di pensieri perché io vivo con le cose nel silenzio del mio laboratorio; io sto bene con i giovani perché mi sembrano vasi fatti con diverse terre: alcuni trattengono colori smaglianti e allegri, altri hanno un impasto forte e grossolano; con essi … cioè … scusatemi, con le terre, io creo coppe leggere e variopinte per celebrare bevendo i momenti di gioia o grandi vasi robusti per conservare il riso. Ma tutte le argille devono potersi levigare con l’acqua, lasciarsi modellare dalle mie mani, devono prendere almeno un po’ di colore e sopportare la terribile prova del fuoco senza scoppiare o cavillarsi. Io so riconoscere le materie ma, in tempi di povertà come questi, provo tutte le argille che mi sembra possano dare qualche risultato anche se spesso, quando apro il forno, vedo che mi ero sbagliato perché esso è pieno di cocci o di forme mostruose che il fuoco ha rivelato … Non so di cosa mi accusi quest’uomo perché io gli ho aperto il lago del mio cuore e non gli ho nascosto nulla… Nemmeno quando egli venne da me per chiedermi un giudizio su un suo vaso ed io gli dissi con la morte nel cuore … che era brutto. Forse, Grande Muffola ha guardato troppo a lungo il volto di Ni-Ni e ci rimprovera di non avere segreti.”.
Il Giudice fu confortato da queste parole perché egli fondava il suo giudizio sulla storia dei fatti passati ma, soprattutto, sulla verità che gli uomini sapevano esprimere durante il processo.
Egli disse: “Torna alla tua casa maestro vasaio e continua a tornire vasi sempre più belli e veri; per la tua arte avrai molti amici che verranno da lontano, ma chi ti è vicino, se non è umile e sincero, ti ostacolerà e cercherà leggi e menzogne per colpirti, perché la mente corrosa dall’invidia è la casa devastata nella quale banchettano i mostri dei princìpi e dei doveri morali.
Shino Take comprese queste parole e decise di lasciare Serena, dove erano ormai pochi i compagni e gli amici fedeli ed il lavoro cominciava a mancare
La principessa era ormai affaticata dal lungo racconto.
“Marco Polo – disse allora - se verrai domani nel giardino dove si conserva il grande canopo, ti mostrerò l’opera degli gli ultimi anni di vita del mio amatissimo sposo.»
Marco Polo si alzò al sorgere del sole e lungo la strada incontrò un vecchio e un bambino che avevano gli stessi occhi di giada e lo stesso sorriso.
Il vecchio lo guardò e disse: “Ti aspettavamo, messaggero di terre lontane! L’opera di Shino Take, arco di bambù e ponte che riunisce il sole del mattino e quello della sera, è dopo il piccolo orto che tutti gli abitanti del villaggio coltivano. Entra senza paura, la porta è sempre aperta; in questi luoghi ognuno conosce il suo vicino e non teme ladri o malfattori perché dove ci sono lavoro e cibi semplici nessuno veglia la notte per rubare o mettere a rischio la vita.
L’opera che tu vedrai è l’orgoglio di questa Prefettura perché è casa di un fiore che riempie di gioia e, solo a guardarlo, toglie la paura della morte. Noi andiamo spesso con i nostri figli a vedere il Canopo quando cambia di colore durante le ore del giorno; il fiore della bellezza che vi dimora è così splendente che solo occhi puri e semplici riescono a vederlo senza restarne abbagliati.
Molti viaggiatori vengono in questi luoghi vestiti dei loro kimono più preziosi , con armature ornate da antenne e strascichi, ma il giardino è piccolo e tutta questa pompa non gli si addice; irosi perché hanno calpestato il bel vestito, essi non riescono a vedere il vaso con la pianta meravigliosa e dicono che l’opera di Shino Take non ha alcuna utilità.
Ma ora vai perché la Principessa ti aspetta e deve avere un grande amore per te se ritorna in questi luoghi dove vivono assieme bellezza e morte.”
Marco Polo arrivò ad un semplice recinto di canne che racchiudeva piccole aiuole della dimensione di uno o due tatami coltivate con erbe aromatiche e muschi.
La Principessa Ni-Ni versava acqua in un mortaio di pietra nel quale bevevano gli uccellini.
Marco Polo la salutò e disse: “Principessa, prima che tu mi mostri quest’opera per la quale ho tanto viaggiato, lascia che la mia emozione si plachi e, mentre io respiro il profumo di questi luoghi, dimmi, il Maestro ha lasciato discepoli? sono essi vivi? sanno trasmettere la grande arte del vasaio?”.
Ni-Ni si fece seria e disse: “Molti giovani sono venuti nella nostra casa e a tutti Shino Take ha insegnato ciò che essi volevano conoscere. Il loro numero è così grande che, se ciascuno di loro fosse una tazza di riso, io potrei sfamare per qualche giorno tutto il villaggio. Ogni ragazzo è andato via con la conoscenza di una parte dell’opera, ma pochi hanno visto nei vasi e nella vita del Maestro la sua passione; pochi si sono accostati fiduciosi al calore del suo fuoco e pochi ora sono pronti a fare e a insegnare.”
La Principessa si alzò in piedi e, lentamente, iniziò a camminare verso un secondo recinto; la sua voce giungeva a tratti fioca e lontana.
Mentre la seguiva, Marco Polo aspirò un profumo dolce e penetrante che liberava nella sua mente ricordi assopiti.
Una folla di pensieri misteriosamente si addensò nel cuore del viaggiatore; egli sospirava e gemeva, vedeva assieme le cose fuori e dentro di sè senza più sapere se quello che provava era realtà o sogno.
Vide due brevi scale: una semplice e comoda e un’altra irta e difficile: la Principessa lo attendeva in alto, luminosa. Alle sue spalle era il Canopo. La grande forma tondeggiante era decorata con segni incomprensibili e, tra questi, si stagliavano chiari e netti due cerchi, uno azzurro e l’altro cremisi che si intrecciavano realizzando una forma luminosa, una specie di porta a forma di mandola.
“Qui riposano il padre e la madre …” sentì dire il viaggiatore mentre saliva la scala più dolce; ogni scalino era un’età della sua vita che gli si palesava. Arrivato in alto, abbassò lo sguardo dalla parte del cuore e, riflesso nella lucentezza cangiante del Canopo, vide la casa di Venezia lontana e la stanza dei genitori con il grande letto a baldacchino; si rivide bambino quando si insinuava tra di loro, quasi per dividerli mentre essi si abbracciavano; gli parve di sentire la forza e il calore di quella unione sopra di lui e respirò il profumo di rose delle mani di sua madre che gli carezzava i capelli. Cullato nell’oscurità dei due corpi che lo serravano stava per abbandonarsi ai ricordi ma all’improvviso, dolorosamente, lo colse il pensiero che essi erano morti.
Il Canopo mutò lentamente colori: la materia si mescolava sotto lo strato perlaceo dello smalto, come le nubi formavano nuove e fantastiche figure in un cielo di vapori e di venti.
Il pensiero dei genitori ormai scomparsi riaprì la stanza dei ricordi più antichi: rivide la grande casa dei nonni sprofondata nella terra, la porta era divenuta così bassa che bisognava chinare la testa per entrarvi; in una grande sala scura con il soffitto squarciato da un sottile taglio di luce tutti i parenti stavano attorno a un tavolo: alcuni erano grandissimi, altri piccoli piccoli, come nei mosaici della Basilica si vedono raffigurati i santi e gli uomini comuni.
Rivide il nonno che gli aveva insegnato a vogare in piedi e lo zio che lo aveva portato con sè nel primo viaggio. Riconobbe chi gli aveva insegnato qualcosa e passò con gli occhi vuoti davanti a chi, nel male o nel bene, non aveva alcun posto nel suo cuore. Pianse, chiuse gli occhi davanti al ricordo della felicità passata, davanti a tante persone e a tante vite trascorse. “Anch’essi sono morti - pensò - a che cosa è servito il loro soffrire?”
Dormì forse, sognò la grande basilica vicino all’acqua, lo stupore meravigliato di passeggiare nelle fresche navate ascoltando il suono melodioso della voce umana che canta e prega; rivide nei fumi d’incenso il Patriarca che celebrava la messa alla presenza del Doge e di tutto il popolo: i rossi sfarzosi, i bruni, gli azzurri, i verdi smeraldo e l’oro portentoso delle pareti e delle cupole che rendeva tutto nero, buio eppure luminoso. Il sole saettava dalle lunette delle cupole e chiamava l’uno dopo l’altro gli Apostoli a testimoniare.
In quei momenti non si era più soli, tutti assieme legati nel nome di Venezia che importanza poteva avere la morte?
Era forse questa la risposta tanto cercata? La religione che lo aveva spesso soffocato e che era stata per lui laccio e cappio poteva diventare porta? Da “α” trasformarsi in ” Ω”?
La strada del patimento comune, delle gioie e delle sofferenze nell’unità, della sua Venezia poteva per lui essere la via?
«Ora vedrai la parte del Canopo che il Maestro ha decorato con le più belle frasi dei nostri poeti – disse la principessa avviandosi verso uno stretto sentiero - in essa è la volta stellata e il segreto del cuore di ogni uomo. Pochi sanno riaversi dal profondo stupore che il profumo del fiore della bellezza provoca … i più si accontentano di lasciarsi cullare nell’estasi e non hanno il coraggio di varcare la soglia…»
Il labirinto delle calli riapparve davanti agli occhi di Marco Polo; una dolcezza nuova piena di memorie lo invase ed egli vide nuovamente la Serenissima alla luce della luna.
Egli correva per i selciati sonori e i suoi passi risuonavano sulle pietre umide; imboccò una calle cieca che terminava con una grande porta di vetro. Appoggiò le mani sulla lastra e avvicinò il viso per vedere dall’altra parte: la luna gli restituì la sua immagine riflessa, spettrale e terribile.
Pensò di fuggire ma i pochi e deboli colori che trasparivano lo incuriosirono; spinse con tutte le sue forze la pesante porta che cedette tra fruscii e lamenti. Si accorse che l’acqua era molto vicina e che più avanzava, più il rimbombo dei suoi passi si faceva sonoro.
Proseguì, girò dalla parte del cuore, gli parve di salire e di entrare in un nuovo labirinto, una Venezia più piccola. Una leggera nebbia e il riflesso mutevole dell’acqua gli davano l’impressione di essere sospeso, di galleggiare tra cielo e terra, di essere arrivato in un’altana, straordinario punto di osservazione della città dall’alto dei tetti.
L’angoscia che lo aveva accompagnato andò lentamente placandosi e, girando lo sguardo tutt’intorno vide diritta davanti a sè una finestra illuminata: in una grande stanza un uomo e una donna si abbracciavano. Entrò il figlioletto, corse loro incontro ed essi lo stringevano a loro carezzandogli i capelli … Forse anche quelle mani profumavano di rose … forse anche quegli sconosciuti erano già morti…
Il viaggiatore sentì il suo cuore battere forte e l’emozione gli tolse le forze. Si mise a sedere con gli occhi sempre fissi a quella finestra, poi alzò lo sguardo alla volta stellata: vide la terra con le sue vicende, riconobbe la strada che aveva percorso per arrivare a quel luogo, la stretta calle apparentemente senza via d’uscita, la porta di vetro e il percorso notturno nel giardino dove il suo istinto gli aveva evitato di cadere nell’acqua profonda.
Nella mente del viaggiatore si avvicendavano sempre più dolcemente le immagini del bimbo, dei genitori amorevoli, dei parenti morti, delle passate stagioni.
Seduto tranquillamente con gli occhi fissi su quella finestra lontana, nel riflesso cangiante delle acque scure, sentì vicino a sè il dono del suo corpo che respirava tranquillo e dolcemente sorrise.