Cittadino meritevole

Quello che uno si fa scrivere sulla lapide è il punto a cui voleva arrivare, e per il quale vuol essere ricordato. Ricordato nelle parole e nei pensieri e nelle memorie dei vivi, ma anche ricordato in quella pietra che legge solo chi non conosce chi c’è sepolto là sotto, e gli dedica un distratto pensiero, mentre gli passa davanti. Chi ti conosce non legge più quelle parole: sa che ci sono, scolpite, e tanto gli basta, mentre mette l’acqua ai fiori. Quelle parole sono il tuo testamento: non quello dei congiunti, ma quello che indirizzi all’umanità.
Aldo Businaro si è spento questa mattina alle cinque meno dieci. Negli ultimi giorni aveva comandato ai figli che sulla sua lapide ci fossero scolpiti: nome e cognome, data di nascita e morte e due parole: “Cittadino meritevole”.
E’ doveroso a questo punto dire chi era Aldo Businaro. Era il mio padrino di battesimo, innanzitutto. E questo interesserà poco o punto il lettore (Ciao, Aldo). Era un consulente per Cassina e B&B ed era committente e amico di Carlo Scarpa. Committente delle opere che Scarpa disegnò e realizzò per la sua splendida dimora, il Palazzetto di Monselice. Conobbe Scarpa del 1969 e lo accompagnò fino alla morte, in Giappone, nel 1978.
Io lo ricordo sempre in viaggio: perché ero con lui a Vienna e in Giappone e poi in giro per l’Italia. L’ascoltavo raccontare aneddoti e barzellette con quella sua voce rotonda e amichevole. Gli piaceva raccontare storie e cantare, anche se non credo di averlo mai sentito cantare. Era gioviale e ospitale, e quella casa piena di cose e di sedie (le case piene di sedie e poltrone e tavoli hanno padroni ospitali) era sempre aperta agli amici e agli amici degli amici. Ma lo immaginavo sempre in viaggio, per lavoro o per la necessità di viaggiare. C’è quella storiella dell’ebreo russo che un giorno decide di andare a vivere in Israele, e ci va, ma quando arriva ci sta un po’ e si accorge che vuole tornare in Russia. Torna in Russia e gli ci vuole poco a capire che quello di cui ha bisogno è proprio tornare in Israele. Torna in Israele, ma la Russia, ebbene sì, gli manca troppo. “Ma insomma - gli chiedono - cosa vuoi?” e quello risponde “Voglio solo viaggiare”.
Per uno che viaggiava sempre, e che ci scrisse pure un componimento attorno, concludendolo con i versi:
Così siamo noi: i grandi viaggiatori
del mondo siamo i veri abitatori,
ovunque si sia: è la gran cosa,
noi ci sentiamo come fossimo a casa.
per uno così, dicevo, morire nella propria casa e con la propria famiglia attorno è una fortuna: l’ultimo gesto di un destino che è stato aspro negli ultimi anni, ma generoso per il resto della tua vita.
Morire nella propria casa significa lasciare questa terra lasciando un porto dove hai raccolto tutti i ricordi di una vita. Un luogo ospitale e dal quale puoi osservare dietro le tue spalle tutto ciò che lasci, che è anche tutto quello che hai costruito. E dovreste vederla quella casa, in cui ogni oggetto e ogni libro che gli ricordava un giorno della sua vita stanno esposti, e pur nel gran numero, ognuno ha la sua dignità e lo puoi scorgere assieme agli altri e fra gli altri.
Aldo tornava dai suoi viaggi e depositava qualcosa su quel tavolo e quello era il posto dove quella cosa aveva sempre dovuto stare. Era destino. Puoi stare al Palazzetto delle ore e guardare solo le copertine dei libri sul tavolo nel suo studio, oppure quella scultura in salone o le scatole sul quel mobile là. Ti chiedi da dove vengono e perché sono lì. Perché è il destino.
Cittadino Meritevole. Ci vorrà la maiuscola? Lo scriviamo tutto in maiuscolo? In anni in cui il senso civico non gode, diciamo, il miglior gradimento che si possa immaginare, aver vissuto per far della propria vita un monumento al concetto di cittadinanza - cioé di appartenenza ad una comunità - beh, concedetemelo, è singolare. E’ meritevole, senza dubbio. E lui lo fu: presidente della Società La Rocca di Monselice, spese la vita per la sua città e per il riconoscimento della sua eredità storica. Aveva la passione e l’amore per la comunità, pur in tempi in cui l’affermazione individuale è intollerante a certe appartenenze locali. Ma quel “cittadino meritevole” mi lavora come un tarlo nella testa da quando l’ho sentito oggi. Perché - credo - è quello per cui lui vuol essere ricordato, è l’immagine e memoria che lascia ad una città. In fondo l’onorificenza di “Cittadino meritevole” te la dà una città, ed è curioso che lui se la sia data da solo. Curioso se non si conosce la persona che era Aldo Businaro. Così innamorato della propria città da identificarsene, e da sostituirsi quasi ad essa nell’onore che si tributa ai suoi cittadini illustri.
C’è un fascino rinascimentale in questo gesto e in quest’uomo che viveva in una villa veneta e in una scenografia esistenziale che proprio quel respiro avevano. Ma qui volevo arrivare: quella casa, il Palazzetto, è la sua città e per tutta la vita lui la volle fondare ed arricchire delle bellezze che riportava a casa dai suoi viaggi. Sono monumenti quelle cose, sono strade i suoi selciati, è una piazza l’aia disegnata da Carlo Scarpa. Quando pensavo a lui non potevo non pensare anche al Palazzetto, perché una persona la rimembri con lo sfondo d’un ricordo o nel luogo che le appartiene. Se la legge lo permettesse, Aldo si sarebbe fatto seppellire nella città di cui era podestà: nel giardino di casa, come si fa in Vietnam. Perché una tomba è un monumento ad una vita intera, è un monito, è una sopravvivenza e deve stare ben in vista. Ma deve pure essere un conforto per i vivi: che qualcosa ci sopravvive: i vivi, e quando pure quelli son morti, una pietra, con quello che ci sta scritto sopra. Aldo dice di se stesso d’essere stato membro di una comunità e pure meritevole, e sprona chi vuole intendere ad essere altrettanto.
Concludo. 21 grammi. E’ di tanto che diminuisce il peso corporeo al trapasso tra la vita e la morte. Per differenza, è il peso dell’anima, si dice. Mi è tornato in mente quando oggi Federico , uno dei suoi figli, raccontava che appena morto Aldo è corso in salone ad aprire le finestre, e poi anche in granaio. “Papà diceva sempre che bisognava aprirle queste finestre, che c’era una luce tutta diversa e migliore, e poi così esce meglio, no?”. L’anima con i suoi 21 grammi, i suoi forse cabalistici 21 grammi, - quei due numeri che confortano i vivi e gli dan l’illusione di misurare l’incommensurabile - se n’erano usciti da una finestra, questa mattina, prima che il sole sorgesse. Ci piace trovare segni: le coincidenze sono la calligrafia del destino, no? Forse. Oggi è San Lorenzo, pensavo. Cadono le stelle. Oppure pensi a come il mondo t’ha salutato il giorno che l’hai lasciato: pioveva? C’era il sole? Significa qualcosa? Non significa poi tanto perché il significato è quello che vogliamo dare alla nostra vita. Il destino ha un significato che non capiamo: lo accettiamo, se siam bravi. Lo odiamo, se vogliamo farci male. Ma possiamo giocare col destino: gli diamo un nome, tipo “Cittadino meritevole”. Un epitaffio quasi modesto per una vita talmente singolare da non lasciare facilmente indovinare agli amici come avrebbe voluto farsi ricordare Aldo Businaro. Viaggiatore indomito? Amante della bellezza? Gran Signore?
No: cittadino. Meritevole. Che alla fine del viaggio è tornato ad Itaca.
Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie, Einaudi, Torino.




