Se xe foresto xe mal.
Non so se il detto sia poi veneziano (da leggersi “Se è forestiero, allora è male”), ma ben si attaglia allo spirito degli indigeni della laguna, di cui il mio caro amico Isacco è un degno rappresentante. E di che pasta sian fatti i veneziani lo si può osservare in questi giorni in cui il Ponte della Costituzione di Santiago Calatrava si è già meritato (a merito o a demerito) il nome di “Ponte dei Caduti”.Venezia raccoglie la popolazione umana più conservatrice e resistente all’innovazione del globo: è difficile infatti non esserlo quando si è fermamente convinti di vivere nella migliore e più perfetta città del mondo. Perché Venezia è bella, e pittoresca e unica, ed è dimora di una cittadinanza che discetta animosamente sugli errori del Calatrava in punta di funzione: e l’alzata è sbagliata, e non ce n’era bisogno, e Calatrava è un incapace, ed è costato troppo, e non serve a niente, e Cacciari l’ha voluto, ma in fondo non lo voleva, e vai col chiacchericcio. Ebbene: il vostro c’è stato, e, ammette - conscio che la cittadinanza onoraria della Serenissima non gli verrà mai più tributata - che il Ponte in oggetto è un oggetto bello assai, e che la funzione è la misura del miope, che si vede bene l’ombelico e trova sbagliato quel che gli sta di fronte ed è bello, e in verità lo vede solo sfuocato.Il Ponte della Costituzione è un bell’oggetto: bello assai. Sofferto e latente (nel senso che “porta”) ogni segno della difficoltà che l’ha reso possibile: il disegno, il luogo, gli errori nell’ingegnerizzazione, certe incertezze costruttive, l’affanno di una città in cui ogni cosa nuova non è un’opportunità e un seme del futuro, ma un affronto alla perfezione. In questo senso, far digerire al veneziano un’addizione alla sua personale idea di perfezione è ovviamente un intollerabile attentato, quindi non mi curo nemmeno di procedere su questa strada: se non gli piace, che se lo smontino nottetempo e riconquistino all’anonimato la Fondamenta di Santa Lucia, che io, con questi stessi medesimi occhi, ho visto animata per la prima volta, dopo innumerevoli volte che, da quel lato della stazione, non ci vedevo niente e solo il buio alla sera. Ora c’è un continuo e compatto fiume di persone, una potenziale caterva di caviglie pronte a slogarsi su quel coso, ma caviglie e gambe infine, come dire, sorprese e compiaciute che a Venezia possa accadere ciò che raramente accade altrove, in Italia: una bella opera di architettura e ingegneria, e non l’ennesima costruzione mediaticamente pompata per surrogare la sua insufficienza compositiva. Infine finalmente parliamo di una vera bella nuova presenza a Venezia: un oggetto con una funzione (un ponte! l’unione dei lati opposti! E’ filosofia, se volete) rivestito senza apparente peso di pietra d’Istria e vetro, le cui gravità svaniscono visivamente perché non se ne legge lo spessore, ed ogni cosa e pezzo e componente è retto da una bella struttura metallica (di un colore invero orrendo. Perché quel colore da scafo navale? Cioè: era proprio quello il tono che si cercava? La nuanche “Cargo Panamense battente bandiera Liberiana?”. Inorridisco). Un corrimano in ottone che si attesta sulle sponde opposte su due poderosi e scultorei inviti in pietra d’Istria: monoblocchi possenti e pesanti cui la logica della piastrella formato tantoxtanto c’ha ormai disabituato. Insomma: un ponte come lo si sarebbe fatto una volta, perché Venezia senza ponti sarebbe un arcipelago di solitudini.L’artistico del ponte - che collide con la sua funzione, ne convengo - sta appunto in tutto ciò che anche i sassi ormai sanno: che l’alzata è troppo contenuta, che la pausa (che dovrebbe servire a far riposare il viandante) in realtà finisce per spezzare il ritmo della falcata e infine … la caviglia, che il disegno della pedata inganna e, essendo questa spezzata in due longitudinalmente, lascia credere che sia finita quando ne manca ancora l’altra metà , e il parapetto in vetro che sembrerà sempre sporco. ecc. ecc. ecc.Il difficile è trovare un veneziano che sia convinto del contrario, ossia che il ponte va bene così: perché stare a sofisticare sulla comodità del suddetto in una città che, per forza di cose, è l’apoteosi dell’antifunzionalità , è come minimo cervellotico.Vedetela così: l’alzata “sbagliata” è il benvenuto che si da al visitatore: chi giunge a Venezia è immediatamente avvertito di ciò che l’aspetta: ponti con alzate di 780 tipi diversi, ponti in ferro e pietra, in legno, in mattoni e pietra, con l’alzata così, ma anche in un altro modo. Una ingestibile Babele, insomma. Meglo farglielo capire subito, al visitatore che ci si arrischia procedendo da Piazzale Roma.La perfezione di Venezia sta qui: nel suo essere così antimoderna, così ostinatamente senza tempo anche quando le cose, per funzionare, devono essere fluide e senza intoppi. Venezia non è così, perché Venezia ha un tempo tutto suo, e in un frammento di quel tempo, in un certo futuro, si sarà anche dimenticata del fastidio che questo nuovo ponte le provocava. Il veneziano lo attraverserà e, sovrappensiero, non lo baderà nemmeno più. Ed è in quel mentre, che si slogherà la caviglia.







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