Il contenitore e il contenuto.

A scanso d’equivoci, dirò sin da qui che la teca dell’Ara Pacis è un brutta opera d’architettura. E’ male pensata e male eseguita e rende un pessimo servigio alla potenza dell’architettura romana, pur cercando pateticamente di impiegarne l’apparenza, che sono i materiali. Il travertino, sostanzialmente, da secoli la cifra e la firma della romanità, non a caso correttamente fatta propria dall’architettura fascista che proprio quei numi tutelari invocava. Ma se l’impero americano è il moderno impero romano, ciò non significa che un suo cittadino ne sia adeguato interprete: la teca non è nemmeno americana, non è nemmeno un tributo. E’ l’opera di un architetto, Richard Meier, che a domande diverse fornisce la medesima risposta da decenni e che pare immobile e compiaciuto nel ripetere un discorso interessante 40 anni fa e tremendamemte noioso oggi. Parliamo solo di tettonica: che quei muri in blocchi ciclopici reggano un solaio spesso e bianco e falso (poiché rivestito d’un cartongesso che manifesta solo la sua pochezza, la sua consistenza cartacea, e con essa la condanna dell’architetto) basterebbe a dire tutto e di più: della modestia appunto del discorso, della necessità forse della sua rimozione. E che a due anni dal suo completamento questa opera mostri già segni di invecchiamento (il suddetto solaio/copertura è già segnato nei giunti di connessione dei pannelli che ne simulano uno spessore fittizio, poiché racchiude presumibilmente una struttura metallica) basta a dire che una mano che è debole di per se (incapace di proteggere la propria superficie) non può proteggere un monumento, un simbolo, un evento celebrativo e fondativo. La teca non protegge, ma espone la sua modestia, e con quella ammanta il suo prezioso contenuto.
E quindi interpreteremo infine questo gesto come iconoclastia: che il verbo pronunciato dal neo sindaco di Roma Alemanno abbia girato attorno al problema della sicurezza e poi alla programmata cancellazione dell’Ara Pacis a Roma è un sintomo della rinascita dell’iconoclastia.
Si tratta infatti della rimozione della teca che accoglie e protegge l’Ara Pacis, che il Senato Romano decise di costruire a celebrazione della Pax Romana ottenuta da Augusto dopo la campagna bellica in terre galliche e spagnole. Un atto simbolico e fondativo appunto, come fondante è il discorso di Alemanno. Fondante per l’interesse politico, s’intende. Fondante perché risponde all’ostilità che la teca ha saputo fomentare nella destra romana. Fondante per la Nuova Amministrazione della Città Eterna. E spesso la fondazione cancella il passato: scava e scarta, propone e dispone la costruzione del nuovo e del diverso, sul vecchio cancellato.
Non si tratta di cancellare l’Ara Pacis, ma la modesta e modaiola scatola che la contiene: si può discutere del merito economico o politico della questione, e giungere a certe conclusioni, ma è la forza del simbolo che ritorna potente: che l’agenda politica di una delle più importanti città del mondo verta sull’oggi (la criminalità) e sul passato che è un pretesto per parlare del simbolo (l’Ara) significa che il linguaggio politico si riappropria di una dimensione dimenticata: ciò che non è quotidiano e corrente, ma fondante, eccome. Il simbolo, il centro gravitazionale. Il baricentro.
Ma il gesto simbolico non è il simbolo: la distruzione e l’iconoclastia lasciano il vuoto: sono l’azione del rifiuto. Generano la tabula rasa, su cui deve nascere il nuovo: un nuovo rifugio per la memoria e la celebrazione, per un monumento alla Pace che nei tempi recenti ha solo diviso e contrapposto, ed è stato dimenticato nel suo significato: rappresentare, significare, testimoniare.

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