I borseggiatori.
La bolla in cui viviamo da la confortevole impressione che, comunque vada, il MADE IN ITALY ci salverà. Ripetete come un mantra “MADE IN ITALY” e l’uomo nero scomparirà. O almeno.
La puntata di Report - seconda della serie sull’industria del lusso, dopo quella di qualche mese fa - indaga l’estensione del fenomeno delle borse e accessori vari prodotti a 10 e venduti a 1000 (la proporzione è esattamente questa), indugiando sul condivisibilissimo sentimento che si esplica in due possibili articolazioni: prendere a calci gli stilisti, oppure prenderli a pedate, ma calzate di scarpe civilizzate, in una qualche variante di vitello morbidissimo, ma con punta rinforzata.
Ma divago.
Il mercato è una cosa così bella che, se produci a 10 e vendi a 1000, non sei un truffatore: sei un abile venditore che ha trovato centinaia di acquirenti coglioni.
Sono anni che leggo che i marchi del lusso si sostengono in gran parte grazie al mercato degli accessori e finalmente ho capito perché: perché riescono a ricavarci dei margini del 90% e più. E devo ringraziare Report per questo (quindi il mantra deve essere “Grazie Report, grazie Report, per sempre lodato tu sia”). Dobbiamo ringraziare quella gloriosa trasmissione per due motivi: per quanto suddetto e perché è l’unica cosa che giustifica l’esistenza delle trasmissioni via etere in Italia (anche se io la vedo sul satellite). Per la gastrite che mi fai venire ogni volta però no, cara Gabanelli: per quella non ti ringrazio.
Inoltre e infine, vi è un altra questione per niente secondaria che quel servizio non ha sollevato (perché riferiva dei fatti, non delle opinioni, come il buon giornalismo fa): che la scialuppa di salvataggio chiamata “Made in Italy” - quella che sostiene ed esalta l’industria italiana, quella che ci porterà perentoriamente fuori dalle secche di un’economia che non capiamo e che ci respinge - imbarca acqua da ogni dove. Sta affondando, e per il materiale di cui è fatta, non per altro: basare la rinascita di un’industria asfittica sulla replicabilissima forza dell’artigianato è semplicemente suicida. Quelle borsette e quelle cinture e quegli abiti che ammantano l’attrice di turno (come in una memorabile scena di Gomorra, quando il sarto Pasquale vede indossato da Scarlett Johanson l’abito che ha cucito, e che sa bene non provenire da un raffinato atelier di Milano o Parigi, ma dal suo scassatissimo laboratorio di Napoli) sono replicabili e imitabili e copiabili all’infinito, ad un costo che tende a zero, e che si inverte una volta raggiunta la vetrina. E’ il mercato che stabilisce il prezzo, non la mano che quell’oggetto ha creato, e ce ne facciamo una ragione: ma è comunque immorale e odioso fingere che quella borsetta ha quel prezzo perché così è giusto. Se glielo accordi sei vittima del gioco e di te stesso, senza giustificazioni. Ma non vorrei far la figura del moralista: questo post l’hanno scritto una decina dei bambini indiani che tengo incatenati in garage (copyright Luttazzi).
Un solo consiglio che resterà senz’altro inascoltato: quando anni fa comprai il primo iPod lessi sulla confezione una dicitura che non m’era mai capitato di leggere: diceva “Designed in California”. Più oltre, altrove sulla scatola, ci stava scritto “Made in China” o forse “Assembled in China” che è ancora più corretto e onesto.
Un prodotto è una cosa, e una cosa la pensi e la fai. Sono due azioni distinte. Viviamo nella società del terziario avanzato e dei servizi: quelli dovremmo vendere, ci dicono da anni (io faccio l’architetto: se serve son qui, capito?). Perché ostinarsi a pensare che “fare” sia meglio che “pensare”. “Fatto” vende più del “Disegnato” o del “Progettato”? In fondo questo è quel che fate: pensate un nuovo modello e poi lo fate fare, in Italia, a prezzi cinesi.
Questo MADE IN ITALY è un alibi, non un marchio.







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