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	<title>studiopietropoli. architects</title>
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	<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 15:50:38 +0000</pubDate>
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		<title>Scarpa e il Palazzetto di Monselice.</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 15:49:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Studiopietropoli. ha curato la mostra di disegni del &#8220;Palazzetto di Monselice&#8221; di Carlo Scarpa.
La mostra è aperta dal 27 febbraio fino al 29 maggio 2010 al Centro Carlo Scarpa presso l&#8217;archivio di Stato di Treviso.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Studiopietropoli. ha curato la mostra di disegni del &#8220;<a href="http://www.centrocarloscarpa.it/monselice.htm">Palazzetto di Monselice</a>&#8221; di Carlo Scarpa.</p>
<p>La mostra è aperta dal 27 febbraio fino al 29 maggio 2010 al <a href="http://www.carloscarpa.it/newsletter.php?id=12" target="_blank">Centro Carlo Scarpa</a> presso l&#8217;archivio di Stato di Treviso.</p>
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		<title>Attico a Bassano pubblicato su ArchDaily / Bassano Penthouse featured on ArchDaily.</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 16:41:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[SC/WR]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il progetto di studiopietropoli. di un attico a Bassano del Grappa è stato pubblicato su ArchDaily.
The project for a penthouse in Bassano del Grappa has been published on Archdaily.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.archdaily.com/39925/penthouse-studio-pietropoli/" target="_blank"><img class="alignnone size-medium wp-image-73" style="vertical-align: top;" title="vsc_archdaily_20091108" src="http://www.studiopietropoli.it/wp-content/uploads/2009/11/vsc_archdaily_20091108-269x300.jpg" alt="" width="269" height="300" /></a></p>
<p>Il progetto di studiopietropoli. di un <a href="http://www.studiopietropoli.it/?page_id=18">attico a Bassano</a> del Grappa <a href="http://www.archdaily.com/39925/penthouse-studio-pietropoli/" target="_blank">è stato pubblicato su ArchDaily</a>.<br />
The project for a <a href="http://www.studiopietropoli.it/?page_id=18">penthouse in Bassano</a> del Grappa <a href="http://www.archdaily.com/39925/penthouse-studio-pietropoli/" target="_blank">has been published on Archdaily</a>.</p>
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		<title>Il Concorso per il Nuovo Istituto di Agraria di Siena.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 17:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Architettura/Architecture]]></category>

		<category><![CDATA[SC/WR]]></category>

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Pubblicato il progetto di studiopietropoli. per il concorso per il Nuovo Istituto Agrario di Siena, in collaborazione con gli architetti Sandro Bagnoli di Siena e Laura Mosca di Adria, e con la consulenza degli ingegneri Gianluca Galetto e Gianluca Galetto+Matteo Barin (Studio Progeco). Il progetto è stato pubblicato anche su Europaconcorsi.
We&#8217;ve published our project for the Competition for [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Pubblicato il progetto di studiopietropoli. per il concorso per il <a href="http://www.studiopietropoli.it/?page_id=67">Nuovo Istituto Agrario di Siena</a>, in collaborazione con gli architetti Sandro Bagnoli di Siena e Laura Mosca di Adria, e con la consulenza degli ingegneri Gianluca Galetto e Gianluca Galetto+Matteo Barin (Studio Progeco). Il progetto è stato pubblicato anche su <a href="http://europaconcorsi.com/projects/101975-Nuovo-istituto-agrario-in-localit-Scacciapensieri-Siena-" target="_blank">Europaconcorsi</a>.</p>
<p><em>We&#8217;ve published our project for the C<a href="http://www.studiopietropoli.it/?page_id=67">ompetition for the New Agriculture School in Siena</a></em><em>, with architects Sandro Bagnoli from Siena, Laura Mosca from Adria and engeneers Gianluca Galetto and Gianluca Galetto+Matteo Barin (Studio Progeco)</em></p>
</div>
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		<title>La perfezione è bianca.</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2008 11:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
		
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La cosa straordinaria e, a suo modo, maniacale, di SAANA è la loro insistenza a far assomigliare quello che costruiscono ai modelli di studio. I modelli di studio, per gli architetti, danno un&#8217;idea e suggeriscono una linea di approfondimento del progetto. Per SAANA invece sono l&#8217;Architettura. L&#8217;evoluzione dal modello all&#8217;architettura costruita non è un compromesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="sanaa_rolex_learning_center_lausanne_copyright_sanaa_2_small.jpg" href="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2008/12/sanaa_rolex_learning_center_lausanne_copyright_sanaa_2_small.jpg"><img style="vertical-align: baseline;" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2008/12/sanaa_rolex_learning_center_lausanne_copyright_sanaa_2_small.jpg" alt="sanaa_rolex_learning_center_lausanne_copyright_sanaa_2_small.jpg" /></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>La cosa straordinaria e, a suo modo, maniacale, di SAANA è la loro insistenza a far assomigliare quello che costruiscono ai modelli di studio. I modelli di studio, per gli architetti, danno un&#8217;idea e suggeriscono una linea di approfondimento del progetto. Per SAANA invece sono l&#8217;Architettura. <span id="more-63"></span>L&#8217;evoluzione dal modello all&#8217;architettura costruita non è un compromesso (un processo cioé, grazie al quale - o a causa del quale - il modello si adatta alla realtà costruttiva) quanto una ricerca spasmodica della perfetta coincidenza dei due livelli mentali: il costruito mentalmente e il costruito materialmente.<br />
Infatti le architetture di SAANA (Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa) sono spesso - sempre, direi - laconicamente bianche. Come se il colore fosse un accidente, trascurabile per un architetto. O come se la perfezione del modello non potesse essere sporcata da una variazione cromatica. La perfezione è bianca.<br />
Nel caso del <a href="http://www.eikongraphia.com/?p=2647"> Rolex Learning Center di Losanna</a> l&#8217;idea è quella di liberare il piano terra per sollevare un manto solido che ospita l&#8217;architettura e il contenuto al piano rialzato. E&#8217; come se l&#8217;edificio fosse scollato dal suolo e come se questo scollamento fosse un&#8217;interpretazione intellettuale del paesaggio montuoso del contesto. I rilievi montuosi quindi non impongono un&#8217;architettura morfologicamente sinuosa (non solo), ma forniscono il pretesto per alludere alla varietà altimetrica attraverso il vuoto piuttosto che il pieno: le &#8220;montagne&#8221; sotto il manto del Rolex Learning Center sono citate grazie ad un vuoto piuttosto che un pieno, e la copertura - anch&#8217;essa modulata e modellata - diventa meno precipua, più conseguente piuttosto che vincolante. C&#8217;è anche quella, ma è l&#8217;assenza, o l&#8217;allusione ancora, del piano terra mancante (vuoto) che è il centro del progetto.<br />
Un simile manto - curvo e morbido - è stato studiato strutturalmente dai tedeschi dello studio <a href="http://www.bollinger-grohmann.de/">Bollinger+Grohmann</a>. La richiesta di SAANA era vincolante: il dettaglio doveva scomparire. Non erano ammessi quindi appoggi intermedi, rompitratta, sostegni. Lo spazio vuoto doveva essere continuo, liquido, sospeso. Tecnicamente la sfida era notevole: realizzato in cemento armato (il completamento è previsto per il 2009), il piano terra è coperto da una soletta in cemento armato flessa che appoggia su pochi ciclopici piedi, e che scarica di conseguenza forze prodigiose sul terreno. L&#8217;armatura delle zone più tese ha richiesto l&#8217;impiego di tondini di 50 mm di diametro, saldati a spesse piastre metalliche che impediscono alle forze statiche - letteralmente - di trasferirsi agli estradossi della soletta squarciandola. Il piano primo, che ospita invece il contenuto vero e proprio, è coperto da un&#8217;ulteriore soletta curva, ma ora in struttura metallica posata su colonne. Non ci sono divisioni interne ed gli ambienti interni si sviluppano senza soluzione di continuità.<br />
La perfezione è raggiunta quindi attraverso un dispiego di forze (ed un parimenti prodigioso contenimento delle forze generate) che congela una tensione quasi opprimente: difficile trovarsi sotto quel manto fatto di tonnellate e tonnellate di cemento e acciaio senza percepire il rumore e lo sforzo della struttura, che trattiene il respiro per non collassare.<br />
E&#8217; una perfezione trattenuta, quasi isterica. Apparentemente poco tranquilizzante, ma coincidente con il modello.</p>
<p><em><a href="http://www.eikongraphia.com">Eikongraphia</a><br />
Rendering Image by Cyrille Thomas </em><br />
<em><a href="http://www.arquinoias.com/2008/11/11/sanaa-rolex-learning-center/">Altre fonti: Arquinoias.<br />
</a> </em></p>
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		<title>Concetto borghese.</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2008 23:42:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[SC/WR]]></category>

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		<description><![CDATA[Adesso dico una cosa. Dico che l&#8217;arte concettuale è un&#8217;arte borghese.
Borghese per due motivi:
1. Perché la comprano i borghesi (anzi: ci investono su)
2. Perché da loro l&#8217;impressione di capire l&#8217;arte, e spesso è vero.

L&#8217;ho capito indirettamente, mentre visitavo Italics a Palazzo Grassi a Venezia. Delle opere esposte ne ho un ricordo purtroppo nebuloso, mentre è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso dico una cosa. Dico che l&#8217;arte concettuale è un&#8217;arte borghese.<br />
Borghese per due motivi:<br />
1. Perché la comprano i borghesi (anzi: ci investono su)<br />
2. Perché da loro l&#8217;impressione di capire l&#8217;arte, e spesso è vero.<br />
<span id="more-61"></span><br />
L&#8217;ho capito indirettamente, mentre visitavo<a href="http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=53019"> Italics a Palazzo Grassi</a> a Venezia. Delle opere esposte ne ho un ricordo purtroppo nebuloso, mentre è ancora vivo in me il senso di panico - preciso e terrorizzante - che le allegre scorribande di mio figlio tra quei pezzi <strong>molto costosi</strong> mi provocava. Ho passato il tempo ad evitare che il piccoletto si ritrovasse con un padre costretto a pagare a rate un&#8217;opera di arte concettuale - o d&#8217;arte povera, o della transavanguardia, mettetela come vi pare - danneggiata in una spensierata domenica d&#8217;ottobre. Ho capito che la soglia d&#8217;accesso - come dire - dell&#8217;arte concettuale è diversa e più facilmente valicabile di quella dell&#8217;arte aulica, dell&#8217;Arte. Mio figlio, o un qualsiasi altro bambino, non visita una mostra del genere con qualche tonnellata di sovrastrutture concettuali e culturali sulle spalle: se non vede quadri, vede oggetti più o meno famigliari, più o meno &#8230; oggetti. Ne riconosce una vaga famigliarità e trascende inconsciamente la soglia d&#8217;accesso. Soglia che è ben chiara nel caso di un quadro (è appeso: va ammirato così, guardato, a deferente distanza), molto meno nel caso di peluche di ragni blu grandi come un uomo o di grondaie ricolme di pigmenti in polvere. Non è un salto concettuale indifferente: l&#8217;oggetto artistico è facilmente individuabile (il quadro, la scultura), mentre quello concettuale è più sfumato, fino ad essere impercettibile.<br />
E qui: l&#8217;epifania. E&#8217; come se i ricchi collezionisti - come Pinault di Palazzo Grassi - comprassero ciò che gli è affine. Il che non è un giudizio di valore. Non significa che quell&#8217;arte sia migliore o peggiore. Ho solo il sospetto che sia <em>più comprensibile</em>. In quanto concettuale è parte del dominio razionale, e lo spirituale lo lasciamo alle anime belle, ammesso che l&#8217;arte debba pure essere tale. Trascendentale.<br />
Ora: da razionalista puro - per non dire positivista con qualche venatura spirituale - colgo pur sempre certi dettagli: che un&#8217;opera d&#8217;arte è quasi inesplicabile, mentre un&#8217;opera d&#8217;arte concettuale esiste solo (acquista significato) quando il concetto è esplicito. Comprensibile, quasi razionale. Trascende poco o punto. Sta spesso al confine fra ragione e spirito, ma è illuminata da un riverbero che la deve contestualizzare, che <em>la storicizza</em>. Come se avesse un significato se collocata su uno sfondo, in un contesto.<br />
La lecita domanda che sorge è: sapendo ciò che resta della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flagellazione_di_Cristo_(Piero_della_Francesca)">Flagellazione</a> di Piero della Francesca (tanto), cosa resterà di opere cui ci si accosta più con spirito di partecipazione per la loro fragilità (video installazioni di cui si pensa solo che ne sarà di loro quando il formato digitale o analogico in cui son state girate sarà obsoleto)? Cosa resterà?<br />
Una riflessione più profonda, ma rimasta senza risposta è infatti: quale dimensione temporale hanno certe opere? Quanto dureranno? Ma poi: son fatte forse per durare? </p>
<p>All&#8217;uomo moderno non sembra interessare l&#8217;eternità: ha perso fiducia o forse interesse per una certa dimensione temporale dilatata: tutto deve essere qui e subito. Guadagni e ricavi. Comprensibilità. Nel breve periodo. Le cose succedono sempre più rapidamente (ogni giorno ce ne accorgiamo) e l&#8217;orizzonte temporale si avvicina sempre più.<br />
Ce l&#8217;abbiamo davanti al naso, a un palmo dal naso. Oltre c&#8217;è la nebbia. Dobbiamo capire e andare avanti. Avere l&#8217;impressione di capire e non abbandonarci all&#8217;incertezza di un folgorazione di chiara natura spirituale: sotterranea, potente, difficilmente coglibile. Non c&#8217;è tempo per fermarsi davanti a un quadro: c&#8217;è il tempo per girare attorno ad un ragno di peluche oppure per leggere lapidi con scritto &#8220;Io sono il migliore&#8221;, sorridere sornioni perché si è colto il barlume dell&#8217;artista. Si è stati partecipi di un&#8217;illuminazione intellettuale (poco o affatto spirituale) e ci si è avviati oltre. Alla prossima sala, a rincorrere e placcare il piccoletto che potrebbe danneggiare quel delicato castello di carte posato in quell&#8217;angolo, sul pavimento: è lì che deve osservato, è quella l&#8217;altezza giusta: a tiro di calcio di un bambino.</p>
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		<title>Se xe foresto xe mal.</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 23:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Non so se il detto sia poi veneziano (da leggersi &#8220;Se è forestiero, allora è male&#8221;), ma ben si attaglia allo spirito degli indigeni della laguna, di cui il mio caro amico Isacco è un degno rappresentante. E di che pasta sian fatti i veneziani lo si può osservare in questi giorni in cui il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2008/10/ve_20081004_img_3452.jpg" alt="ve_20081004_img_3452.jpg" />Non so se il detto sia poi veneziano (da leggersi &#8220;Se è forestiero, allora è male&#8221;), ma ben si attaglia allo spirito degli indigeni della laguna, di cui il mio caro amico Isacco è un degno rappresentante. E di che pasta sian fatti i veneziani lo si può osservare in questi giorni in cui il Ponte della Costituzione di Santiago Calatrava si è già meritato (a merito o a demerito) il nome di &#8220;Ponte dei Caduti&#8221;.<span id="more-62"></span>Venezia raccoglie la popolazione umana più conservatrice e resistente all&#8217;innovazione del globo: è difficile infatti non esserlo quando si è fermamente convinti di vivere nella migliore e più perfetta città del mondo. Perché Venezia è bella, e pittoresca e unica, ed è dimora di una cittadinanza che discetta animosamente sugli errori del Calatrava in punta di funzione: e l&#8217;alzata è sbagliata, e non ce n&#8217;era bisogno, e Calatrava è un incapace, ed è costato troppo, e non serve a niente, e Cacciari l&#8217;ha voluto, ma in fondo non lo voleva, e vai col chiacchericcio. Ebbene: il vostro c&#8217;è stato, e, ammette - conscio che la cittadinanza onoraria della Serenissima non gli verrà mai più tributata - che il Ponte in oggetto è un oggetto bello assai, e che la funzione è la misura del miope, che si vede bene l&#8217;ombelico e trova sbagliato quel che gli sta di fronte ed è bello, e in verità lo vede solo sfuocato.Il Ponte della Costituzione è un bell&#8217;oggetto: bello assai. Sofferto e latente (nel senso che &#8220;porta&#8221;) ogni segno della difficoltà che l&#8217;ha reso possibile: il disegno, il luogo, gli errori nell&#8217;ingegnerizzazione, certe incertezze costruttive, l&#8217;affanno di una città in cui ogni cosa nuova non è un&#8217;opportunità e un seme del futuro, ma un affronto alla perfezione. In questo senso, far digerire al veneziano un&#8217;addizione alla sua personale idea di perfezione è ovviamente un intollerabile attentato, quindi non mi curo nemmeno di procedere su questa strada: se non gli piace, che se lo smontino nottetempo e riconquistino all&#8217;anonimato la Fondamenta di Santa Lucia, che io, con questi stessi medesimi occhi, ho visto animata per la prima volta, dopo innumerevoli volte che, da quel lato della stazione, non ci vedevo niente e solo il buio alla sera. Ora c&#8217;è un continuo e compatto fiume di persone, una potenziale caterva di caviglie pronte a slogarsi su quel coso, ma caviglie e gambe infine, come dire, sorprese e compiaciute che a Venezia possa accadere ciò che raramente accade altrove, in Italia: una bella opera di architettura e ingegneria, e non l&#8217;ennesima costruzione mediaticamente pompata per surrogare la sua insufficienza compositiva. Infine finalmente parliamo di una vera bella nuova presenza a Venezia: un oggetto con una funzione (un ponte! l&#8217;unione dei lati opposti! E&#8217; filosofia, se volete) rivestito senza apparente peso di pietra d&#8217;Istria e vetro, le cui gravità svaniscono visivamente perché non se ne legge lo spessore, ed ogni cosa e pezzo e componente è retto da una bella struttura metallica (di un colore invero orrendo. Perché quel colore da scafo navale? Cioè: era proprio quello il tono che si cercava? La nuanche &#8220;Cargo Panamense battente bandiera Liberiana?&#8221;. Inorridisco). Un corrimano in ottone che si attesta sulle sponde opposte su due poderosi e scultorei inviti in pietra d&#8217;Istria: monoblocchi possenti e pesanti cui la logica della piastrella formato tantoxtanto c&#8217;ha ormai disabituato. Insomma: un ponte come lo si sarebbe fatto una volta, perché Venezia senza ponti sarebbe un arcipelago di solitudini.L&#8217;artistico del ponte - che collide con la sua funzione, ne convengo - sta appunto in tutto ciò che anche i sassi ormai sanno: che l&#8217;alzata è troppo contenuta, che la pausa (che dovrebbe servire a far riposare il viandante) in realtà finisce per spezzare il ritmo della falcata e infine &#8230; la caviglia, che il disegno della pedata inganna e, essendo questa spezzata in due longitudinalmente, lascia credere che sia finita quando ne manca ancora l&#8217;altra metà, e il parapetto in vetro che sembrerà sempre sporco. ecc. ecc. ecc.Il difficile è trovare un veneziano che sia convinto del contrario, ossia che il ponte va bene così: perché stare a sofisticare sulla comodità del suddetto in una città che, per forza di cose, è l&#8217;apoteosi dell&#8217;antifunzionalità, è come minimo cervellotico.Vedetela così: l&#8217;alzata &#8220;sbagliata&#8221; è il benvenuto che si da al visitatore: chi giunge a Venezia è immediatamente avvertito di ciò che l&#8217;aspetta: ponti con alzate di 780 tipi diversi, ponti in ferro e pietra, in legno, in mattoni e pietra, con l&#8217;alzata così, ma anche in un altro modo. Una ingestibile Babele, insomma. Meglo farglielo capire subito, al visitatore che ci si arrischia procedendo da Piazzale Roma.La perfezione di Venezia sta qui: nel suo essere così antimoderna, così ostinatamente senza tempo anche quando le cose, per funzionare, devono essere fluide e senza intoppi. Venezia non è così, perché Venezia ha un tempo tutto suo, e in un frammento di quel tempo, in un certo futuro, si sarà anche dimenticata del fastidio che questo nuovo ponte le provocava. Il veneziano lo attraverserà e, sovrappensiero, non lo baderà nemmeno più. Ed è in quel mentre, che si slogherà la caviglia.</p>
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		<title>I borseggiatori.</title>
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		<pubDate>Tue, 27 May 2008 23:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Moda/Fashion]]></category>

		<category><![CDATA[SC/WR]]></category>

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		<description><![CDATA[La bolla in cui viviamo da la confortevole impressione che, comunque vada, il MADE IN ITALY ci salverà. Ripetete come un mantra &#8220;MADE IN ITALY&#8221; e l&#8217;uomo nero scomparirà. O almeno.
La puntata di Report - seconda della serie sull&#8217;industria del lusso, dopo quella di qualche mese fa - indaga l&#8217;estensione del fenomeno delle borse e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La bolla in cui viviamo da la confortevole impressione che, comunque vada, il MADE IN ITALY ci salverà. Ripetete come un mantra &#8220;MADE IN ITALY&#8221; e l&#8217;uomo nero scomparirà. O almeno.<span id="more-46"></span><br />
La<a href="http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1078530,00.html"> puntata di Report</a> - seconda della serie sull&#8217;industria del lusso, dopo<a href="http://www.thedesigncouncil.eu/2007/12/05/moda-istruzioni-per-luso/"> quella di qualche mese fa</a> - indaga l&#8217;estensione del fenomeno delle borse e accessori vari prodotti a 10 e venduti a 1000 (la proporzione è esattamente questa), indugiando sul condivisibilissimo sentimento che si esplica in due possibili articolazioni: prendere a calci gli stilisti, oppure prenderli a pedate, ma calzate di scarpe civilizzate, in una qualche variante di vitello morbidissimo, ma con punta rinforzata.<br />
Ma divago.<br />
Il mercato è una cosa così bella che, se produci a 10 e vendi a 1000, non sei un truffatore: sei un abile venditore che ha trovato centinaia di acquirenti coglioni.<br />
Sono anni che leggo che i marchi del lusso si sostengono in gran parte grazie al mercato degli accessori e finalmente ho capito perché: perché riescono a ricavarci dei margini del 90% e più. E devo ringraziare Report per questo (quindi il mantra deve essere &#8220;Grazie Report, grazie Report, per sempre lodato tu sia&#8221;). Dobbiamo ringraziare quella gloriosa trasmissione per due motivi: per quanto suddetto e perché è l&#8217;unica cosa che giustifica l&#8217;esistenza delle trasmissioni via etere in Italia (anche se io la vedo sul satellite). Per la gastrite che mi fai venire ogni volta però no, cara Gabanelli: per quella non ti ringrazio.<br />
Inoltre e infine, vi è un altra questione per niente secondaria che quel servizio non ha sollevato (perché riferiva dei fatti, non delle opinioni, come il buon giornalismo fa): che la scialuppa di salvataggio chiamata &#8220;Made in Italy&#8221; - quella che sostiene ed esalta l&#8217;industria italiana, quella che ci porterà perentoriamente fuori dalle secche di un&#8217;economia che non capiamo e che ci respinge - imbarca acqua da ogni dove. Sta affondando, e per il materiale di cui è fatta, non per altro: basare la rinascita di un&#8217;industria asfittica sulla replicabilissima forza dell&#8217;artigianato è semplicemente suicida. Quelle borsette e quelle cinture e quegli abiti che ammantano l&#8217;attrice di turno (come in una memorabile scena di Gomorra, quando il sarto Pasquale vede indossato da Scarlett Johanson l&#8217;abito che ha cucito, e che sa bene non provenire da un raffinato atelier di Milano o Parigi, ma dal suo scassatissimo laboratorio di Napoli) sono replicabili e imitabili e copiabili all&#8217;infinito, ad un costo che tende a zero, e che si inverte una volta raggiunta la vetrina. E&#8217; il mercato che stabilisce il prezzo, non la mano che quell&#8217;oggetto ha creato, e ce ne facciamo una ragione: ma è comunque immorale e odioso fingere che quella borsetta ha quel prezzo perché così è giusto. Se glielo accordi sei vittima del gioco e di te stesso, senza giustificazioni. Ma non vorrei far la figura del moralista: questo post l&#8217;hanno scritto una decina dei bambini indiani che tengo incatenati in garage (copyright Luttazzi).<br />
Un solo consiglio che resterà senz&#8217;altro inascoltato: quando anni fa comprai il primo iPod lessi sulla confezione una dicitura che non m&#8217;era mai capitato di leggere: diceva &#8220;Designed in California&#8221;. Più oltre, altrove sulla scatola, ci stava scritto &#8220;Made in China&#8221; o forse &#8220;Assembled in China&#8221; che è ancora più corretto e onesto.<br />
Un prodotto è una cosa, e una cosa la pensi e la fai. Sono due azioni distinte. Viviamo nella società del terziario avanzato e dei servizi: quelli dovremmo vendere, ci dicono da anni (io faccio l&#8217;architetto: se serve son qui, capito?). Perché ostinarsi a pensare che &#8220;fare&#8221; sia meglio che &#8220;pensare&#8221;. &#8220;Fatto&#8221; vende più del &#8220;Disegnato&#8221; o del &#8220;Progettato&#8221;? In fondo questo è quel che fate: pensate un nuovo modello e poi lo fate fare, in Italia, a prezzi cinesi.<br />
Questo MADE IN ITALY è un alibi, non un marchio.</p>
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		<title>Il contenitore e il contenuto.</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 22:04:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[AC/Architettura Civile | Civil Architecture]]></category>

		<category><![CDATA[Architettura/Architecture]]></category>

		<category><![CDATA[Alemanno]]></category>

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		<category><![CDATA[Meyer]]></category>

		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[A scanso d&#8217;equivoci, dirò sin da qui che la teca dell&#8217;Ara Pacis è un brutta opera d&#8217;architettura. E&#8217; male pensata e male eseguita e rende un pessimo servigio alla potenza dell&#8217;architettura romana, pur cercando pateticamente di impiegarne l&#8217;apparenza, che sono i materiali. Il travertino, sostanzialmente, da secoli la cifra e la firma della romanità, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A scanso d&#8217;equivoci, dirò sin da qui che la teca dell&#8217;Ara Pacis è un brutta opera d&#8217;architettura. E&#8217; male pensata e male eseguita e rende un pessimo servigio alla potenza dell&#8217;architettura romana, pur cercando pateticamente di impiegarne l&#8217;apparenza, che sono i materiali. Il travertino, sostanzialmente, da secoli la cifra e la firma della romanità, non a caso correttamente fatta propria dall&#8217;architettura fascista che proprio quei numi tutelari invocava. Ma se l&#8217;impero americano è il moderno impero romano, ciò non significa che un suo cittadino ne sia adeguato interprete: la teca non è nemmeno americana, non è nemmeno un tributo. E&#8217; l&#8217;opera di un architetto, Richard Meier, che a domande diverse fornisce la medesima risposta da decenni e che pare immobile e compiaciuto nel ripetere un discorso interessante 40 anni fa e tremendamemte noioso oggi. Parliamo solo di tettonica: che quei muri in blocchi ciclopici reggano un solaio spesso e bianco e falso (poiché rivestito d&#8217;un cartongesso che manifesta solo la sua pochezza, la sua consistenza cartacea, e con essa la condanna dell&#8217;architetto) basterebbe a dire tutto e di più: della modestia appunto del discorso, della necessità forse della sua rimozione. E che a due anni dal suo completamento questa opera mostri già segni di invecchiamento (il suddetto solaio/copertura è già segnato nei giunti di connessione dei pannelli che ne simulano uno spessore fittizio, poiché racchiude presumibilmente una struttura metallica) basta a dire che una mano che è debole di per se (incapace di proteggere la propria superficie) non può proteggere un monumento, un simbolo, un evento celebrativo e fondativo. La teca non protegge, ma espone la sua modestia, e con quella ammanta il suo prezioso contenuto.<br />
E quindi interpreteremo infine questo gesto come iconoclastia: che il <a href="http://www.corriere.it/politica/08_aprile_30/alemanno_via_teca_ara_pacis_a600722c-16ca-11dd-8b67-00144f02aabc.shtml">verbo pronunciato dal neo sindaco di Roma Alemanno</a> abbia girato attorno al problema della sicurezza e poi alla programmata cancellazione dell&#8217;<a href="http://www.arapacis.it/">Ara Pacis</a> a Roma è un sintomo della rinascita dell&#8217;iconoclastia.<br />
Si tratta infatti della rimozione della teca che accoglie e protegge l&#8217;Ara Pacis, che<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_Pacis"> il Senato Romano</a> decise di costruire a celebrazione della Pax Romana ottenuta da Augusto dopo la campagna bellica in terre galliche e spagnole. Un atto simbolico e fondativo appunto, come fondante è il discorso di Alemanno. Fondante per l&#8217;interesse politico, s&#8217;intende. Fondante perché risponde all&#8217;ostilità che la teca ha saputo fomentare nella destra romana. Fondante per la Nuova Amministrazione della Città Eterna. E spesso la fondazione cancella il passato: scava e scarta, propone e dispone la costruzione del nuovo e del diverso, sul vecchio cancellato.<br />
Non si tratta di cancellare l&#8217;Ara Pacis, ma la modesta e modaiola scatola che la contiene: si può discutere del merito economico o politico della questione, e giungere a certe conclusioni, ma è la forza del simbolo che ritorna potente: che l&#8217;agenda politica di una delle più importanti città del mondo verta sull&#8217;oggi (la criminalità) e sul passato che è un pretesto per parlare del simbolo (l&#8217;Ara) significa che il linguaggio politico si riappropria di una dimensione dimenticata: ciò che non è quotidiano e corrente, ma fondante, eccome. Il simbolo, il centro gravitazionale. Il baricentro.<br />
Ma il gesto simbolico non è il simbolo: la distruzione e l&#8217;iconoclastia lasciano il vuoto: sono l&#8217;azione del rifiuto. Generano la tabula rasa, su cui deve nascere il nuovo: un nuovo rifugio per la memoria e la celebrazione, per un monumento alla Pace che nei tempi recenti ha solo diviso e contrapposto, ed è stato dimenticato nel suo significato: rappresentare, significare, testimoniare.</p>
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		<title>Cronaca di un allestimento.</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Feb 2007 11:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Pietropoli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[EX/Mostre | Exhibit Design]]></category>

		<category><![CDATA[SC/WR]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 10 febbraio 2007 Palazzo Roverella, sede della Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi di Rovigo, ospita una importante mostra che in 160 tele illustra il percorso artistico del pittore rodigino Mario Cavaglieri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://blog.dimensioni-interni.it/images/MC.jpg" alt="Dettaglio di un dipinto di Mario Cavaglieri" /><span class="occhiello"> </span><span class="occhiello"></span><span class="occhiello"></span></p>
<p>Dal 10 febbraio 2007 Palazzo Roverella, sede della Pinacoteca dell&#8217;Accademia dei Concordi di Rovigo, ospita <a href="http://www.studiopietropoli.it/projects/EX/CVG/CVG_index.html">una importante mostra</a> che in 160 tele illustra il percorso artistico del pittore rodigino Mario Cavaglieri dagli esordi padovani insieme a Felice Casorati, alla grande stagione di Ca’ Pesaro e delle Biennali veneziane che consacrarono la preziosa ricercatezza della sua arte, fino agli anni del suo ritiro nella campagna francese. A distanza di quasi trent&#8217;anni,  tornano a Rovigo alcune delle opere di Cavaglieri che erano presenti alla mostra allestita da Carlo Scarpa all&#8217;Accademia dei Concordi nel 1978. Un filo conduttore lega i due eventi: alcuni schizzi di Carlo Scarpa e le foto dell&#8217;allestimento del 1978 introducono la mostra attuale di cui lo studiopietropoli. ha curato l&#8217;allestimento.<span id="more-4"></span><strong>Fine luglio 2006</strong>Primo incontro a Padova con il curatore; è molto impegnato con le celebrazioni per Andrea Mantegna e ci concede poco più di un quarto d&#8217;ora. Viene comunicato al Presidente dell&#8217;Accademia Prof. Avv. Luigi Costato e alla dottoressa Alessia Vedova che la mostra dovrà essere aperta nei primi mesi del 2007. Chiedo l&#8217;elenco delle opere, le foto e le dimensioni di ciascuna. Senza questi dati non si può iniziare a far nulla.<strong>5 settembre 2006</strong>Sopralluogo a Palazzo Roverella. Gli spazi del sottotetto e del piano nobile sono notevoli ed estremamente impegnativi; l&#8217;edificio è già per suo conto una mostra. Bisognerà fare in modo che l&#8217;architettura della soffitta dialoghi armoniosamente con le opere. Cavaglieri non era un bohémien ma un uomo estremamente ricco, che dipingeva per pura passione. Non è compito facile mettere d&#8217;accordo i muri in mattoni a vista, le capriate in legno e una pittura così raffinata. Nel sottotetto sono ancora collocate le pannellature della mostra precedente, che fu allestita dall&#8217;architetto Vio.<strong>11 ottobre 2006</strong>Incontro ufficiale con tutti gli enti promotori. Non ci sono ancora date certe e non è ancora definito il numero delle opere presenti in mostra. Saranno certamente più di cento, forse addirittura 160. Viene consegnata a tutti i presenti un&#8217;ipotesi di costi. Per l&#8217;allestimento è indicata una somma sette volte inferiore a quella già concordata per la promozione della mostra: &#8221; i giornali volano, l&#8217;allestimento resta&#8221;; bisognerà farlo ben capire, altrimenti non ha senso nemmeno iniziare a tirare due linee di progetto. Con più di cento opere sono necessari almeno trecento metri lineari di pannelli espositivi mentre quelli esistenti coprono poco più della metà e il costo della loro eventuale integrazione con le stesse caratteristiche (supporti in acciaio, illuminazione incorporata, pannelli in laminato plastico) è assolutamente improponibile. In ogni caso, l&#8217;illuminazione esistente è per quadri di piccole e medie dimensioni e pertanto non è adeguata alla maggioranza delle opere di Cavaglieri. Avremo bisogno dell&#8217;aiuto di Dino Rossetto per fare un buon lavoro con le luci.<strong>6 novembre 2006</strong>Non è stato ancora consegnato l&#8217;elenco delle opere (arriverà allo studio il 10 novembre) ma viene redatto ugualmente un preventivo per circa 900 mq di nuove pannellature in cartongesso e la relativa illuminazione. Bisognerà realizzare tutto senza toccare i pavimenti e i muri antichi ed essere pronti, dopo il benestare, a una esecuzione semplice e veloce, altrimenti non sarà possibile aprire per febbraio o marzo del 2007.Invio i conteggi a Padova e mi fanno sapere che non è la mostra dello Studio Pietropoli ma di Mario Cavaglieri. Non c&#8217;era alcun dubbio in merito. Chiedo che  sia messa a disposizione dell&#8217;allestimento almeno il costo dello stucco grigio che Mario Botta ha fatto applicare sulle pareti della sua mostra a Padova per Andrea Mantegna. Mi chiedono che cosa c&#8217;entra Mario Botta. Rispondo che io e Mario eravamo compagni di corso all&#8217;IUAV e che fummo gli unici due laureati con lode che avevano come relatore Carlo Scarpa. Resta il grande problema dell&#8217;illuminazione delle opere: risparmiare su questi impianti vorrebbe dire non fare vedere nulla.<strong>20 novembre 2006</strong>La dottoressa Alessia Vedova mi comunica la data definitiva di apertura della mostra: 10 febbraio 2007. Abbiamo poco meno di tre mesi, feste di Natale comprese, per reperire gli esecutori e realizzare l&#8217;allestimento. Non ci è stato ancora comunicato se la somma indicata nel nostro preventivo verrà accordata.<strong>6 dicembre 2006 (a due mesi dall&#8217;inaugurazione)</strong>Viene inviato da Padova un architetto che dovrà relazionare sullo stato delle cose e sulle richieste dello studio Pietropoli per l&#8217;allestimento. Chiediamo sostanzialmente di poter realizzare 900 mq di pannelli in cartongesso e una nuova illuminazione regolabile nei puntamenti e nell&#8217;intensità delle singole sorgenti. L&#8217;incontro è fissato alle ore 10 davanti al Roverella. Sarà presenta (ma è onnipresente) l&#8217;Avv. Costato, presidente dell&#8217;Accademia, che appoggia fortemente le richieste del mio studio. Scopro che il collega di Padova è stato studente di Carlo Scarpa quando io ero assistente del grande architetto veneziano: ora è lui che mi fa gli esami.Percorriamo avanti e indietro le sale del sottotetto; mi chiede di fare accendere tutte le luci, si guarda attorno e poi concorda con me che, stando così le cose, non ci sono le condizioni per allestire la mostra di Cavaglieri. Relazionerà a Padova che quello che l&#8217;Accademia dei Concordi chiede è ampiamente giustificato. Siamo a due mesi dall&#8217;inaugurazione ma non è ancora stato comunicato il via libera sul budget. Per i lavori indispensabili basterebbe un terzo di quanto già destinato per i costi di promoziuone sui quotidiani e la stampa in generale. &#8220;L&#8217;allestimento resta, i giornali volano&#8221;. Se non lo capiscono velocemente, dovremo abbandonare l&#8217;impresa. Il Presidente Costato e il consiglio dell&#8217;Accademia sono perfettamente d&#8217;accordo e, nell&#8217; attesa di una risposta, chiamiamo i fabbri di Monselice che iniziano lo smontaggio delle strutture espositive della mostra precedente..Dopo una settimana le sale del sottotetto e del piano nobile sono pressoché sgombre. I pannelli in cartongesso verranno appoggiati su un listello di abete a pavimento, senza utilizzare alcuna vite o incollare alcunché: tutto l&#8217;allestimento sarà come un grande nastro continuo pieghettato che dipanandosi nelle varie stanze diverrà portante in virtù della sua forma plissettata.Forse qualcuno scriverà che Mario Cavaglieri ha dipinto sempre lo stesso quadro e che l&#8217;allestimento interpreta questa lettura dell&#8217;artista ma la soluzione nasce essenzialmente da necessità pratiche.Le strutture del sottotetto resteranno nella semioscurità perché Dino Rossetto ha previsto delle sorgenti luminose abbastanza alte e molto angolate; così l&#8217;architettura antica sarà come un protettivo cielo notturno per Mario Cavaglieri, rodigino ritornato nella sua città.<strong>21 dicembre 2006</strong>Consegna ufficiale del progetto dell&#8217;allestimento, già ben noto a tutti gli enti. Martino (mio figlio architetto) ha elaborato un modello tridimensionale e molti rendering che possono mostrare l&#8217;opera come se fosse già eseguita.Il risultato è molto realistico, quasi fotografico. Le pannellature sono collocate a quinconce rispetto alle murature antiche, così è possibile suddividere ciascun grande ambiente in due sale tematiche senza interrompere l&#8217;unità spaziale dei vani.In queste &#8217;stanze a cielo libero&#8217; verranno collocate opere coeve e affini per soggetto, per composizione, per accordi cromatici. Le superfici espositive sono state  così moltiplicate; la disposizione dei muri a 45° realizza delle infilate prospettiche che rendono più chiaro il percorso e scorci diagonali che anticipano il contenuto delle sale successive.Sarà impegnativo per il pubblico sottrarsi all&#8217;adescamento delle bellissime donne di Mario Cavaglieri che chiamano i visitatori di sala in sala. Sul fondale prospettico dell&#8217;infilata degli archi verrà collocata la Vénus del Peyloubère; essa è continuamente annunciata lungo il cammino e potrà essere raggiunta solo dopo aver dipanato un percorso ricco di presenze, di ambienti sontuosi, di suppellettili raffinate. Questo grande nudo reclinato resterà negli occhi del visitatore dalla prima sala e funzionerà da &#8216;land mark&#8217; del viaggio nella pittura del grande artista rodigino.Quasi tutti i ritratti femminili sono una sorta di tributo adorante alla bellissima Giulietta, moglie del pittore; questa donna elegantissima cambia continuamente restando sè stessa; essa è una sola moltitudine ed ha ben poco di dannunziano; Giulietta è la porta regale attraverso la quale Cavaglieri entra nel mondo della bellezza e l&#8217;artista è il sacerdote di questo patto di fedeltà nell&#8217;amore.Il mondo dei soprammobili preziosi, l&#8217;arredamento delle case, gli amici in frac con le donne in abiti da sera ci restituiscono atmosfere di grande eleganza e struggente nostalgia.L&#8217;allestimento dovrà lasciare parlare i quadri; dovrà essere un buon servitore che si muove silenzioso in punta di piedi.Con l&#8217;Accademia dei Concordi si è deciso che l&#8217;ingresso al palazzo non avverrà più dalla strada - ci sono due porte anguste - ma direttamente dal cortile; una nuova scala in ferro e legno verrà appoggiata sui modesti scalini esistenti. Il grande palinsesto del Roverella, questo potente edificio che impegna quasi la metà del fronte est di piazza Vittorio Emanuele è finalmente reso visibile anche nelle sue parti più antiche: il Palazzo Pio, il coronamento originale in cotto. l&#8217;arcata superstite del porticato che poggia sopra una bella colonna in pietra d&#8217;Istria.L&#8217;architetto Andreina Milan, docente all&#8217;Alma Mater Studiorum, ha  suggerito di popolare il cortile di sculture e di mitigare la facciata del condominio azzurro con installazioni luminose ed eventi; bisogna riconquistare alla città questo spazio urbano. Chissà chi raccoglierà la sfida.<strong>Dal 18 dicembre 2006 al 25 gennaio 2007</strong>Gli artigiani che abbiamo trovato sono eccezionali: pittori, fabbri, elettricisti, falegnami si sono appassionati al lavoro e non lo vedono come una noiosa routine; essi sono ben consapevoli che il risultato della mostra dipende dal loro impegno. Arrivano a fine mese le prime casse con i dipinti: alcuni sono così grandi che non passano per gli ascensori né per le scale interne ed è  necessario portarle a mano con sei persone, utilizzando la grande scala esterna di sicurezza.Incontro nuovamente il quadro L&#8217;aigrette dopo quasi trent&#8217;anni: gli prometto che sarà il primo ad essere collocato nella sua posizione definitiva.Molti prestatori - soprattutto i grandi musei nazionali e quelli francesi - hanno mandato un accompagnatore che deve assistere all&#8217;apertura della cassa, controllare lo stato del dipinto e il fissaggio definitivo del quadro alla parete.Gli impianti non sono ancora avviati e la temperatura all&#8217;interno del palazzo è glaciale.Pitti, la Fondazione Longhi e il museo di Auch non danno il benestare per l&#8217;apertura delle casse,Alberto Moscardi, ingegnere capo del Comune di Rovigo e il suo staff danno nuovamente il loro fondamentale contributo: senza di loro la mostra non si sarebbe potuta fare. Nel giro di due ore arrivano gli impiantisti a rimettere in moto le caldaie.<strong>3/4 febbraio 2007</strong>Il curatore ha annunciato il suo arrivo per l&#8217;una di notte di sabato 3 febbraio ma  io devo tenere una relazione alla Fondazione Benetton a Treviso e mio figlio Martino deve venire con me.La sera dopo (domenica 4- lunedì 5) il curatore, atteso per le 22,30, arriva a mezzanotte. Sono ad accoglierlo, piacevolmente sorpresi per un ritardo così contenuto, il presidente Costato, il sindaco di Rovigo Fausto Merchori e la dottoressa Vedova. Questa manovalanza di alto profilo istituzionale lavora fino alle tre di notte a spostare quadri con il curatore, con chi scrive e con mio figlio Martino. Le tele sono continuamente rimescolate in un incessante gioco di carte che si stabilizza per qualche momento e poi riprende a girare come un mulinello; autorevoli poersonaggi si spostano da una sala all&#8217;altra come marionette egiziane che procedono di spalle in ragione della dimensione dei dipinti. Alcune stanze vanno perfettamente a regime, altre restano magmatiche; alle tre di notte il curatore saluta la squadra e ci affida benevolmente il compito di decidere anche la posizione dei prossimi arrivi.<strong>Dal 5 al 10 febbraio 2007</strong>Il primo quadro ad essere sistemato è  L&#8217;aigrette, seguono quelli che gli stanno attorno; sarà così possibile capire meglio se le scelte espositive sono centrate.Ha inizio il puntamento e la regolazione delle luci, faro per faro.Venerdì pomeriggio viene montata all&#8217;ingresso la grande bacheca in ferro nero. Il fabbro Mingardo ha fatto salire il piano verticalmente come una lama di ghigliottina all&#8217;interno della scala antincendio; un movimento lento e maestoso comandato da un semplice verricello a catena. Martino dispone  all&#8217;interno della bacheca i disegni di Carlo Scarpa che ho potuto salvare dalla mostra di Cavaglieri di trent&#8217;anni addietro.Prima di quel maggio del 1978 il mio maestro mi aveva ricordato più volte che Mario Cavaglieri rodigino era uno dei maggiori pittori del &#8216;900.Scarpa era una fonte estremamente attendibile perché egli realizzò le Biennali veneziane del dopoguerra e conobbe di persona i più importanti artisti di tutto il mondo.Da uomo profondamente civile e cólto, aveva in dispetto le griffe culturali; egli sapeva bene che all&#8217;esibizione del logo del curatore spesso si accompagna poca presenza di logos nel pubblico e ciò tanto di più nell&#8217;epoca (e non era ancora l&#8217;attuale) dei televisionari.Scarpa non era assolutamente interessato a redigere classifiche dei &#8216;top ten&#8217; della pittura italiana; il livello di Cavaglieri era per lui degno della iconostasi del tempio laico dell&#8217;arte; in questi casi, non ci sono santi di prima o seconda grandezza.Gli allestimenti di Scarpa erano veri e propri saggi di critica d&#8217;arte visuale; egli non scrisse alcunché ma le sue mostre e i suoi musei sono vere e proprie epifanie di quel dipinto e di quella scultura.Scarpa non ebbe alcun turbamento a chiudere per tre mesi in cassaforte i capolavori dei Concordi pur di mostrare le opere di Cavaglieri: egli era molto sensibile alle critiche motivate ma assolutamente indifferente a quelle che non avevano alcuna giustificazione.Come è il lavoro di ogni artista vero, il lavoro di Carlo Scarpa era profondo, gioioso, semplice e senza intenzione; bisogna essere ancora bambini nell&#8217;animo e molto liberi nel cuore e nello spirito per capire la sua opera.</p>
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		<title>Cittadino Meritevole.</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Aug 2006 09:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Architettura/Architecture]]></category>

		<category><![CDATA[SC/WR]]></category>

		<category><![CDATA[Aldo Businaro]]></category>

		<category><![CDATA[Carlo Scarpa]]></category>

		<category><![CDATA[Il Palazzetto]]></category>

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Quello che uno si fa scrivere sulla lapide è il punto a cui voleva arrivare, e per il quale vuol essere ricordato. Ricordato nelle parole e nei pensieri e nelle memorie dei vivi, ma anche ricordato in quella pietra che legge solo chi non conosce chi c’è sepolto là sotto, e gli dedica un distratto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.metafluxus.com/images/Aldo_businaro_s.jpg" alt="Aldo Businaro" /></p>
<p>Quello che uno si fa scrivere sulla lapide è il punto a cui voleva arrivare, e per il quale vuol essere ricordato. Ricordato nelle parole e nei pensieri e nelle memorie dei vivi, ma anche ricordato in quella pietra che legge solo chi non conosce chi c’è sepolto là sotto, e gli dedica un distratto pensiero, mentre gli passa davanti. Chi ti conosce non legge più quelle parole: sa che ci sono, scolpite, e tanto gli basta, mentre mette l’acqua ai fiori. Quelle parole sono il tuo testamento: non quello dei congiunti, ma quello che indirizzi all’umanità.<br />
Aldo Businaro si è spento questa mattina alle cinque meno dieci. Negli ultimi giorni aveva comandato ai figli che sulla sua lapide ci fossero scolpiti: nome e cognome, data di nascita e morte e due parole: “Cittadino meritevole”.<br />
E’ doveroso a questo punto dire chi era Aldo Businaro. Era il mio padrino di battesimo, innanzitutto. E questo interesserà poco o punto il lettore (Ciao, Aldo). Era un consulente per Cassina e B&amp;B ed era committente e amico di Carlo Scarpa. Committente delle opere che Scarpa disegnò e realizzò per la sua splendida dimora, il Palazzetto di Monselice. Conobbe Scarpa del 1969 e lo accompagnò fino alla morte, in Giappone, nel 1978.</p>
<p>Io lo ricordo sempre in viaggio: perché ero con lui a Vienna e in Giappone e poi in giro per l’Italia. L’ascoltavo raccontare aneddoti e barzellette con quella sua voce rotonda e amichevole. Gli piaceva raccontare storie e cantare, anche se non credo di averlo mai sentito cantare. Era gioviale e ospitale, e quella casa piena di cose e di sedie (le case piene di sedie e poltrone e tavoli hanno padroni ospitali) era sempre aperta agli amici e agli amici degli amici. Ma lo immaginavo sempre in viaggio, per lavoro o per la necessità di viaggiare. C’è quella storiella dell’ebreo russo che un giorno decide di andare a vivere in Israele, e ci va, ma quando arriva ci sta un po’ e si accorge che vuole tornare in Russia. Torna in Russia e gli ci vuole poco a capire che quello di cui ha bisogno è proprio tornare in Israele. Torna in Israele, ma la Russia, ebbene sì, gli manca troppo. “Ma insomma - gli chiedono - cosa vuoi?” e quello risponde “Voglio solo viaggiare”.<br />
Per uno che viaggiava sempre, e che ci scrisse pure un componimento attorno, concludendolo con i versi:</p>
<p><em>Così siamo noi: i grandi viaggiatori<br />
del mondo siamo i veri abitatori,<br />
ovunque si sia: è la gran cosa,<br />
noi ci sentiamo come fossimo a casa.</em></p>
<p>per uno così, dicevo, morire nella propria casa e con la propria famiglia attorno è una fortuna: l’ultimo gesto di un destino che è stato aspro negli ultimi anni, ma generoso per il resto della tua vita.</p>
<p>Morire nella propria casa significa lasciare questa terra lasciando un porto dove hai raccolto tutti i ricordi di una vita. Un luogo ospitale e dal quale puoi osservare dietro le tue spalle tutto ciò che lasci, che è anche tutto quello che hai costruito. E dovreste vederla quella casa, in cui ogni oggetto e ogni libro che gli ricordava un giorno della sua vita stanno esposti, e pur nel gran numero, ognuno ha la sua dignità e lo puoi scorgere assieme agli altri e fra gli altri.<br />
Aldo tornava dai suoi viaggi e depositava qualcosa su quel tavolo e quello era il posto dove quella cosa aveva sempre dovuto stare. Era destino. Puoi stare al Palazzetto delle ore e guardare solo le copertine dei libri sul tavolo nel suo studio, oppure quella scultura in salone o le scatole sul quel mobile là. Ti chiedi da dove vengono e perché sono lì. Perché è il destino.</p>
<p>Cittadino Meritevole. Ci vorrà la maiuscola? Lo scriviamo tutto in maiuscolo? In anni in cui il senso civico non gode, diciamo, il miglior gradimento che si possa immaginare, aver vissuto per far della propria vita un monumento al concetto di cittadinanza - cioé di appartenenza ad una comunità - beh, concedetemelo, è singolare. E’ meritevole, senza dubbio. E lui lo fu: presidente della Società La Rocca di Monselice, spese la vita per la sua città e per il riconoscimento della sua eredità storica. Aveva la passione e l’amore per la comunità, pur in tempi in cui l’affermazione individuale è intollerante a certe appartenenze locali. Ma quel “cittadino meritevole” mi lavora come un tarlo nella testa da quando l’ho sentito oggi. Perché - credo - è quello per cui lui vuol essere ricordato, è l’immagine e memoria che lascia ad una città. In fondo l’onorificenza di “Cittadino meritevole” te la dà una città, ed è curioso che lui se la sia data da solo. Curioso se non si conosce la persona che era Aldo Businaro. Così innamorato della propria città da identificarsene, e da sostituirsi quasi ad essa nell’onore che si tributa ai suoi cittadini illustri.</p>
<p>C’è un fascino rinascimentale in questo gesto e in quest’uomo che viveva in una villa veneta e in una scenografia esistenziale che proprio quel respiro avevano. Ma qui volevo arrivare: quella casa, il Palazzetto, è la sua città e per tutta la vita lui la volle fondare ed arricchire delle bellezze che riportava a casa dai suoi viaggi. Sono monumenti quelle cose, sono strade i suoi selciati, è una piazza l’aia disegnata da Carlo Scarpa. Quando pensavo a lui non potevo non pensare anche al Palazzetto, perché una persona la rimembri con lo sfondo d’un ricordo o nel luogo che le appartiene. Se la legge lo permettesse, Aldo si sarebbe fatto seppellire nella città di cui era podestà: nel giardino di casa, come si fa in Vietnam. Perché una tomba è un monumento ad una vita intera, è un monito, è una sopravvivenza e deve stare ben in vista. Ma deve pure essere un conforto per i vivi: che qualcosa ci sopravvive: i vivi, e quando pure quelli son morti, una pietra, con quello che ci sta scritto sopra. Aldo dice di se stesso d’essere stato membro di una comunità e pure meritevole, e sprona chi vuole intendere ad essere altrettanto.</p>
<p>Concludo. 21 grammi. E’ di tanto che diminuisce il peso corporeo al trapasso tra la vita e la morte. Per differenza, è il peso dell’anima, si dice. Mi è tornato in mente quando oggi Federico , uno dei suoi figli, raccontava che appena morto Aldo è corso in salone ad aprire le finestre, e poi anche in granaio. “Papà diceva sempre che bisognava aprirle queste finestre, che c’era una luce tutta diversa e migliore, e poi così esce meglio, no?”. L’anima con i suoi 21 grammi, i suoi forse cabalistici 21 grammi, - quei due numeri che confortano i vivi e gli dan l’illusione di misurare l’incommensurabile - se n’erano usciti da una finestra, questa mattina, prima che il sole sorgesse. Ci piace trovare segni: le coincidenze sono la calligrafia del destino, no? Forse. Oggi è San Lorenzo, pensavo. Cadono le stelle. Oppure pensi a come il mondo t’ha salutato il giorno che l’hai lasciato: pioveva? C’era il sole? Significa qualcosa? Non significa poi tanto perché il significato è quello che vogliamo dare alla nostra vita. Il destino ha un significato che non capiamo: lo accettiamo, se siam bravi. Lo odiamo, se vogliamo farci male. Ma possiamo giocare col destino: gli diamo un nome, tipo “Cittadino meritevole”. Un epitaffio quasi modesto per una vita talmente singolare da non lasciare facilmente indovinare agli amici come avrebbe voluto farsi ricordare Aldo Businaro. Viaggiatore indomito? Amante della bellezza? Gran Signore?<br />
No: cittadino. Meritevole. Che alla fine del viaggio è tornato ad Itaca.</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Sempre devi avere in mente Itaca<br />
- raggiungerla sia il pensiero costante.<br />
Soprattutto, non affrettare il viaggio;<br />
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio<br />
metta piede sull’isola, tu, ricco<br />
dei tesori accumulati per strada<br />
senza aspettarti ricchezze da Itaca.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Itaca ti ha dato il bel viaggio,<br />
senza di lei mai ti saresti messo<br />
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.<br />
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso<br />
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;">(Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie, Einaudi, Torino)</p>
<p>Vedi anche / See also: <a href="http://www.studiopietropoli.it/?page_id=36">Pietra tombale / Tombstone for Aldo Businaro</a>.</p>
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